Valentina Beretta


Varie

Con la pandemia 1,2 milioni di fumatori in più. A maggio 2021 sono il 26,2%

Posted by Valentina Beretta on
Con la pandemia 1,2 milioni di fumatori in più. A maggio 2021 sono il 26,2%

Dopo la riduzione registrata ad aprile 2020 a maggio 2021 i fumatori sono cresciuti di 1,2 milioni. “Nelle condizioni di restrizioni delle libertà e di stress conseguenti alla pandemia, aumentano di oltre un milione sia i fumatori sia le fumatrici – sottolinea Silvio Garattini, presidente onorario dell’Istituto Mario Negri -. A maggio 2021 la prevalenza di fumatori in Italia è del 26,2% (11,3 milioni) di cui il 25,7% sono maschi (5,5 milioni) e il 26,7% sono femmine (5,8 milioni)”. Secondo uno studio longitudinale dell’Iss svolto in collaborazione con l’Istituto Farmacologico Mario Negri, ad aprile 2020 i fumatori erano il 21,9%, una percentuale minore rispetto a gennaio 2020 (23,3%), ovvero pre lockdown, ma a novembre 2020 c’è stato un incremento significativo, che ha portato al 24% la quota dei fumatori.

Il ruolo chiave delle sigarette elettroniche 

Sempre secondo lo studio, percentuali del tutto sovrapponibili si registrano anche tra gli utilizzatori di sigarette elettroniche. “Un ruolo chiave nell’aumento dei fumatori – spiega Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Iss – lo hanno avuto i nuovi prodotti del tabacco (sigarette a tabacco riscaldato, Htp) e le e-cig: il loro uso in Italia contribuisce alla iniziazione e alla ricaduta del consumo di sigarette tradizionali e ne ostacola la cessazione, alimentando l’epidemia tabagica”. 

Aumenta la percentuale di utilizzatori di tabacco Htp: a maggio è al 7%

La percentuale di utilizzatori di e-cig pre lockdown era dell’8,1%, ed è salita al 9,1% ad aprile 2020, rimasta tale sia a novembre 2020 sia a maggio 2021. A maggio 2021 il 7% della popolazione usa regolarmente o occasionalmente la sigaretta a tabacco riscaldato (Htp), ma la percentuale di utilizzatori di Htp è significativamente aumentata durante la pandemia: il consumo è passato dal 4,1 % di gennaio 2020 al 4,4 % di aprile 2020 fino al 7% di novembre 2020, per rimanere stabile al 7% a maggio 2021.

Si fumano mediamente 10,8 sigarette al giorno

Il numero di sigarette fumate al giorno nella rilevazione di maggio 2021 è tornato a essere come in situazione di pre lockdown, mediamente di 10,8 sigarette al giorno (11,4 maschi, 10,1 femmine). Lo studio rileva poi come il consumo occasionale o abituale di tabacco tradizionale o di sigaretta elettronica sia più frequentemente associato a comportamenti non salutari. Il ‘binge drinking’, il consumo di cannabis o di nuove sostanze psicoattive, è infatti una pratica attuata più frequentemente dai fumatori di sigarette tradizionali o utilizzatori di sigarette elettroniche. Così, se l’1,0% dei non fumatori dichiara di bere fino a perdere il controllo tre o più volte nel corso del mese antecedente l’intervista, riferisce Agi, la percentuale sale a circa il 7,0% tra i fumatori occasionali o abituali di sigarette tradizionali, e a circa il 9,0% tra i consumatori di sigarette elettroniche.

Economia

La pandemia fa emergere lo spirito imprenditoriale, anche tra le donne e i giovani

Posted by Valentina Beretta on
La pandemia fa emergere lo spirito imprenditoriale, anche tra le donne e i giovani

Dal sondaggio condotto da Ipsos in collaborazione con SDA Bocconi School of Management, dal titolo Entrepreneurialism. In the Time of the Pandemic, effettuato in 28 Paesi tra oltre 20.000 intervistati, emerge che oltre un terzo degli adulti in tutto il mondo dichiara di possedere uno spirito imprenditoriale molto alto.
Nonostante le persistenti barriere sociali e strutturali che hanno caratterizzato il 2020 si è avuta una crescita dello spirito imprenditoriale, anche tra le categorie che risultano meno tutelate, come le donne e i giovani. 
Secondo il sondaggio si tratta di un’evidenza indicativa delle capacità di reazione di molti cittadini alle avversità causate dalla pandemia. E che rappresenta una speranza per l’immediato futuro.

Più imprenditori tra le fasce di popolazione meno tutelate

Nonostante l’attitudine all’imprenditorialità sia più alta tra i Millennial, la Gen X, coloro con un’istruzione superiore e un reddito più alto, a livello internazionale, negli ultimi due anni questa è cresciuta maggiormente tra le fasce di popolazione meno tutelate dal punto di vista economico e sociale, come le donne (+4% sul 2018), la Gen Z (+3%), coloro che hanno un basso livello d’istruzione (+7%) e coloro che hanno un basso reddito (+9%). Allo stesso tempo, però, non a tutti sono concesse le medesime condizioni di partenza. Le più svantaggiate sono le donne, i cittadini appartenenti a gruppi LGBTQ e le persone con disabilità.

Mancanza di finanziamenti, la principale barriera all’avvio di un’attività

Gli ostacoli alla libera attività imprenditoriale non sono però solo di natura sociale, ma anche strutturale ed economica. E la mancanza di finanziamenti rappresenta la principale barriera all’avvio di un’attività imprenditoriale per il 41% degli intervistati. Inoltre, i governi, così come il settore finanziario e bancario, sono percepiti come interlocutori poco attivi nel sostenere i cittadini e le loro aspirazioni da imprenditori. In ogni caso, dal report emerge come esperienza imprenditoriale e spirito imprenditoriale siano fortemente correlati. Coloro che hanno già avuto esperienze di business sono più portati al rischio e alla libera iniziativa. 

Il 21% degli italiani vuole avviare una nuova attività nei prossimi due anni

Il sondaggio fa emergere poi le variazioni dello spirito imprenditoriale da Paese a Paese. La Colombia, ad esempio, si posiziona al primo posto, seguita da Sud Africa, Perù, Arabia Saudita e Messico.
Belgio, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone si collocano invece agli ultimi posti.
E l’Italia? Il nostro Paese si trova in 13a posizione, ed è prima tra i Paesi europei con una percentuale del 29%, in aumento del 5% rispetto al 2018. Inoltre, in Italia coloro che affermano di aver iniziato un nuovo business sono stati il 4% in più rispetto al 2018, e il 21% afferma di voler avviare una nuova attività nei prossimi due anni.

Varie

Tre italiani su 4 pensano a un figlio entro i prossimi 5 anni

Posted by Valentina Beretta on
Tre italiani su 4 pensano a un figlio entro i prossimi 5 anni

Secondo i dati Istat, in Italia i nuovi nati nel 2020 sono stati 404.104, in calo del 3,8% rispetto al 2019. In pratica l’anno passato la natalità nel nostro Paese ha toccato il minimo storico dai tempi dell’Unità d’Italia. Per questo motivo, nell’Osservatorio delle Famiglie Contemporanee, BVA Doxa ha indagato per conto di Prénatal Retail Group la propensione alla genitorialità degli italiani. Che attesta, tra il 74% degli attuali “non genitori”, il progetto di avere figli nel prossimo futuro, di cui il 45% nei prossimi 2 anni. Ad affermarlo sono in prevalenza gli intervistati tra i 30 e i 40 anni e attualmente occupati. Una propensione maggiore tra le donne (51%) e i residenti nel Centro Italia (51%).

I sogni di chi è propenso ad avere figli

Il 46% ne vorrebbe 2, e il 26% vorrebbe crescere i propri figli in una città medio-piccola, mentre il sogno del 38%, di cui il 52% residente nel Sud e Isole, è di vivere al mare. Per il 32% degli intervistati il budget da allocare nei primi tre anni di vita del bambino sia tra i 3.000 e i 6.000 euro all’anno. Pannolini e body care rappresentano la voce di spesa più significativa (36%), seguono cibo e spesa alimentare (32%), mentre crescita e intrattenimento (corsi, ludoteche, giocattoli) pesano per l’1%.

Le aspirazioni personali

Tra i motivi per cui il 74% degli intervistati dice di volere un figlio ci sono il desiderio di costruire una famiglia (27%) e il desiderio di maternità/paternità (20%). Le ragioni che invece farebbero propendere il 26% a non volere figli sono l’instabilità economica e lavorativa (18%) e il non avere un partner stabile (14%). Per il 52% degli intervistati i figli rappresentano un arricchimento, la gioia più grande, e il 37% ritiene che avere figli sia importante per il futuro del Paese. Per contro, il 30% sostiene che la mancanza di aiuti concreti alle famiglie sia un deterrente.

Impatto Covid e lavoro flessibile

Per il 54% degli intervistati l’attuale situazione di pandemia rappresenta un disincentivo a fare figli, soprattutto i residenti nel Nord Ovest (66%), e le donne (59%), particolarmente colpite anche a livello occupazionale. L’incertezza generale (66%) e quella socioeconomica (64%) guidano i timori degli intervistati, per i quali la paura della situazione sanitaria (52%) è superiore a quella di perdere il lavoro (42%). Il 38% ribadisce che la mancanza di aiuti sui quali fare affidamento rimane un elemento discriminante. Ma l’impiego strutturale e codificato del lavoro flessibile all’interno delle aziende potrebbe influire sulla propensione a fare figli (84%), anche se il 44% ritiene che saranno poche le aziende ad impegnarsi attivamente. Inoltre, i figli rappresentano un ostacolo per la carriera lavorativa per l’84%, delle donne, per le quali un bambino influisce “molto e abbastanza” nel percorso professionale, contro il 28% degli uomini.

My Blog

Gli italiani e l’ordine in casa

Posted by Valentina Beretta on
Gli italiani e l’ordine in casa

Come gestiscono l’ordine in casa gli italiani? Dal minimalista seriale all’accumulatore previdente, dallo Zen del riordino al collezionista nostalgico, una ricerca commissionata da eBay ha restituito 4 profili di un’Italia che idealmente ama l’ordine e il decluttering, ma che di alcuni oggetti proprio non riesce a liberarsi. Il 71% degli intervistati pensa infatti che le case in ordine e minimal trasmettano benessere, ma se i giovanissimi della GenZ più di altri sanno cosa significa decluttering (35%), meno concordi sul buttare ciò che non serve sono i Baby Boomers (38%), mentre ad avere intenzione di liberarsi delle cose superflue sono soprattutto le donne (79%).

I Millennials sono i più ordinati

Dando uno sguardo alle case italiane risulta che il 70% è ordinata e il 52% ha poche cose in giro. Meno oggetti ci sono in una casa, meglio è per il 59%, e nei momenti di crisi o di stress, liberarsi di alcune cose fa stare bene (58%). A preferire spazi ordinati con poche cose sui ripiani sono soprattutto i Millennials (41%). In fondo, però, siamo anche un popolo di “formichine” che tende a conservare per motivi sentimentali (62%), soprattutto le donne (70%), oppure per motivi di utilità (56%).

Minimalista seriale e Zen del riordino

Il minimalista seriale (10%) di fronte a un armadio traboccante di vestiti reagisce liberandosi di tutto ciò che non serve. Crede fermamente che nei momenti di crisi liberarsi di alcune cose faccia bene (71%) e pensa che sia meglio eliminare qualcosa di vecchio per far posto al nuovo (84%). La sua scelta di cosa tenere si basa sull’utilità, se serve oppure no (73%). Lo Zen del riordino (25%) prova spesso l’impulso di liberare la propria casa da ciò che è diventato inutile, soprattutto quando sente di aver bisogno di sentirsi meglio (53%). Il suo motto di vita è “Fare ordine in casa significa fare ordine nella propria vita”, e dà agli oggetti di cui si vuole liberare una nuova vita, vendendoli (59%) o convertendoli in altro. Per lui questa primavera è una nuova occasione per fare decluttering (81%).

Collezionista nostalgico e Accumulatore previdente

Il Collezionista nostalgico (20%) è il tipo di persona che conserva tutto ciò che gli fa battere il cuore e gli rievoca ricordi. Anche al Collezionista nostalgico capita d’avere necessità di liberare casa, ma quando lo fa gli costa fatica, perché è affezionato ai suoi oggetti (35%). Scegliere cosa buttare e cosa tenere gli mette ansia (53%) e pensa che liberarsi delle cose equivalga a essere insensibili (47%). Di solito fa ordine senza buttare niente (22%), spesso spostando in altri punti della casa, ed è soprattutto lui a possedere una “scatola dei ricordi” (34%). L’Accumulatore previdente (45%) tende invece a tenere in casa tanti oggetti senza riuscire a disfarsene perché potrebbero servirgli in futuro (90%).

Economia

Nel 2020 ecommerce e tecnologie digitali trainano l’export italiano

Posted by Valentina Beretta on
Nel 2020 ecommerce e tecnologie digitali trainano l’export italiano

L’export italiano ha potuto contenere i danni degli effetti della pandemia grazie all’e-commerce. A rivelarlo è l’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentata recentemente durante il convegno online “Export digitale, Covid ed emergenza: strategie per la ripartenza”. A causa dell’emergenza sanitaria, afferma il report, nel 2020 gli scambi tradizionali con l’estero sono crollati di circa il 10%, mentre nello stesso periodo l’export digitale italiano di beni di consumo ha raggiunto un valore di 13,5 miliardi di euro, con una crescita del +14% in linea con l’andamento pre-pandemia, e un’incidenza del 9% sull’export complessivo di beni di consumo (era il 7% nel 2019) e del 3% sulle esportazioni totali (2,5% nel 2019).

Fashion e Food i settori trainanti del B2c online

I settori più importanti per le vendite B2c online all’estero sono Fashion (7,1 miliardi, 53%), Food (1,9 miliardi, 14%) e Arredamento (1,1 miliardo, 8%). Elettronica, cosmetica, cartoleria, giochi, articoli sportivi e gli altri comparti valgono complessivamente il 25% dell’export digitale B2c, ma singolarmente hanno un peso marginale. Nonostante questi numeri in positivo, ci sono decisi margini di crescita in ambito ecommerce per le imprese italiane. Come riporta l’Osservatorio, “Il 56% delle imprese usa i canali digitali per vendere prodotti all’estero – soprattutto in Germania (34,7%), Francia (26,8%), Regno Unito (26%), USA (25,4%), Spagna (18%) e Cina (11,4%) – e il 62% di queste lo fa in più di un mercato, ma quasi il 75% esporta online prodotti per meno del 20% del proprio fatturato”. Ancora più interessante il passaggio che rivela che “Un’impresa su dieci non ha né un export manager né un eCommerce manager, quasi la metà ha in organico solo il primo, il 70% ha inserito solo il secondo, mentre fra le imprese che esportano online una su due presenta entrambe le figure. Positiva la diffusione delle tecnologie digitali: l’80% ne impiega più di una in diverse funzioni aziendali, soprattutto marketing, distribuzione, vendite e produzione”. Insomma, ci sono spazi per migliorare ancora.

L’Export digitale B2b

L’export digitale B2b raggiunge un valore di 127 miliardi di euro, con un calo del -5% rispetto al 2019, ma un aumento dell’incidenza sulle esportazioni complessive di prodotti, pari al 29%. Anche in ambito B2b l’export digitale ha giocato un ruolo fondamentale per la ripresa delle esportazioni, in particolare sono aumentate nel largo consumo e nel farmaceutico, bilanciate però da una riduzione nella gran parte degli altri settori merceologici. “A differenza del comparto B2c, il B2b ha subito una notevole frenata a causa del lockdown – afferma Maria Giuffrida, Ricercatrice dell’Osservatorio Export Digitale -. Si è assistito a un accorciamento delle filiere, con molti operatori che hanno iniziato ad aggirare gli intermediari delle varie catene di fornitura per servire direttamente il consumatore finale attraverso l’eCommerce, ove possibile e tipicamente nei mercati più vicini”. La filiera più digitalizzata è quella automobilistica, che rappresenta il 18,5% dell’export digitale B2b per un valore di 23,5 miliardi di euro (circa il 65% dell’export automotive), seguita da tessile e abbigliamento con 18,3 miliardi e dalla la meccanica con quasi 15 miliardi.

Economia

Le imprese cercano nuovi clienti tramite i canali digitali

Posted by Valentina Beretta on
Le imprese cercano nuovi clienti tramite i canali digitali

Le piccole e micro imprese italiane si avvicinano al mondo digitale per acquisire nuovi clienti online, o realizzando piattaforme per la vendita sul web, e il marketing risulta l’area aziendale più digitalizzata. Sono ancora poche però le imprese che investono nella digitalizzazione dei processi aziendali e nella creazione di una cultura aziendale dell’innovazione. Secondo l’indagine condotta da BitBoss, startup dell’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino, se il 76,7% del campione intervistato dichiara di utilizzare il web per cercare nuovi clienti meno della metà afferma di avvalersi dell’utilizzo di software gestionali per digitalizzare e automatizzare i processi interni dell’azienda.

Marketing e pubblicità sono l’ambito tecnologico in cui si investe di più

Dall’indagine emerge inoltre che il 43,3% ammette che il marketing e la pubblicità rappresentano l’ambito tecnologico in cui hanno investito maggiormente negli ultimi 3 anni, mentre solo il 6,7% degli imprenditori dichiara di aver già digitalizzato tutti i propri processi aziendali, e il 30% ammette di non aver digitalizzato alcun processo.

“Probabilmente questo fenomeno trova la sua causa nella facilità con cui possono essere raggiunti e utilizzati gli strumenti di web marketing anche dalle realtà più piccole. Al contrario – afferma Davide Leoncino, responsabile marketing di BitBoss – digitalizzare la gestione interna della propria azienda richiede uno sforzo maggiore perché le tecnologie necessarie a compiere questo passo sono più difficilmente raggiungibili”.

Innovazione digitale fondamentale nelle scelte strategiche e di investimento

Gli imprenditori però sembrano essere consapevoli della necessità di innovare a ogni livello. L’85% del campione si dimostra convinto che investire in innovazione digitale possa, almeno in parte, fornire un vantaggio competitivo nei confronti della concorrenza. Il 31,7% degli intervistati ritiene che l’innovazione digitale abbia un ruolo fondamentale nelle scelte strategiche e di investimento della propria azienda, tuttavia solo il 23,3% dispone di figure specializzate come programmatori o sviluppatori al proprio interno e il 60% spende meno del 10% del proprio fatturato annuo in formazione del personale in ambito digitale. Inoltre solo il 10% del campione ha investito negli ultimi 3 anni in ricerca e assunzione di personale specializzato.

La digitalizzazione per affrontare la crisi

La stragrande maggioranza degli imprenditori intervistati è comunque convinta che la difficile situazione economica causata dal Covid-19 stia spingendo le imprese verso una maggiore cultura digitale. Il 75% del campione si dice convinto che questa situazione porterà le imprese verso un sempre maggiore avvicinamento al mondo digitale, e che sia fondamentale per le imprese sviluppare al proprio interno competenze digitali per riuscire a superare la crisi.

Emerge quindi un ecosistema consapevole della necessità di innovare. “Quello che manca invece, soprattutto nelle piccole realtà, è l’effettiva capacità di mettere in pratica il salto innovativo che auspicano – spiega ancora Leoncino -. Ciò che è difficile per le imprese è ottenere le competenze interne sufficienti a effettuare scelte consapevoli, anche solo per trovare un partner tecnico di cui possano fidarsi e che possa affiancarle nella crescita dal punto di vista tecnologico”.

Varie

Milano capitale delle start up innovative, il 19% del totale

Posted by Valentina Beretta on
Milano capitale delle start up innovative, il 19% del totale

Le start up innovative rappresentano imprese giovani, ad alto contenuto tecnologico, con forti potenzialità di crescita sostenibile. Per questo possono rappresentare una risorsa strategica per trainare la ripresa economica. Nell’area di Milano, Monza e Brianza, e Lodi hanno sede 2.458 start up innovative. In particolare, le start up innovative a Milano sono 2.319, il 19% del totale nazionale, cresciute del 10,4% nel corso del 2020. A Monza e Brianza sono 113, e 26 a Lodi. È quanto emerge da un’elaborazione dell’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Infocamere, aggiornati alla metà di gennaio 2021.

Più della metà è attiva nei settori produzione di software, servizi Ict, e R&S

Più della metà delle start up innovative è attiva, nei tre territori, nel settore della produzione di software, nei servizi Ict, nella ricerca e sviluppo (1.018 imprese). L’11,1% del totale è un’impresa a prevalenza femminile, e la quasi totalità opera sotto forma di società a responsabilità limitata.  Sono “giovani” il 17,9% delle oltre 2mila start up innovative presenti sul territorio nazionale, e sono straniere il 4,7%, contro il 3,6% del dato italiano.

I requisiti per accedere allo status di start up innovativa

Per accedere allo status di start up innovativa sono necessari alcuni requisiti. Innanzitutto essere un’impresa nuova o costituita da non più di 5 anni, avere la residenza in Italia, o in un altro Paese dello Spazio Economico Europeo, ma con sede produttiva o filiale in Italia. Inoltre, è necessario avere un fatturato annuo inferiore a 5 milioni di euro, non essere quotata in un mercato regolamentato o in una piattaforma multilaterale di negoziazione, e non distribuire e non aver distribuito utili. Ulteriori requisiti sono avere come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di un prodotto o servizio ad alto valore tecnologico, e non essere risultato di fusione, scissione o cessione di ramo d’azienda.

Investire almeno il 15% di spese in R&S e in personale altamente qualificato

Inoltre, una start up è innovativa se rispetta almeno uno dei seguenti requisiti soggettivi, ovvero quello di sostenere spese in R&S e innovazione pari ad almeno il 15% del maggiore valore tra fatturato e costo della produzione, impiegare personale altamente qualificato (almeno 1/3 dottori di ricerca, dottorandi o ricercatori, oppure almeno 2/3 con laurea magistrale), ed essere titolare, depositaria o licenziataria di almeno un brevetto, o titolare di un software registrato.

Uncategorized

Auto elettriche, nel 2020 vendite a +251,5%

Posted by Valentina Beretta on
Auto elettriche, nel 2020 vendite a +251,5%

Il 2020 per molti settori produttivi non è stato certo un anno positivo, ma non per il comparto delle auto elettriche, per il quale il 2020 si è chiuso con una vera e propria impennata delle vendite. L’anno appena passato ha portato infatti con sé un dato record di vendite in termini percentuali, pari al +251,5% rispetto all’anno precedente, per un totale di 59.875 auto immatricolate, di cui 32.500 Bev (auto con batteria elettrica), e 27.375 Phev (auto ibride plug in).

Nel 2019 immatricolate 17.600 unità

Sono i risultati del report mensile pubblicato da Motus-E, l’associazione fondata nel 2018 che raggruppa oltre 60 operatori del mondo automotive, delle utilities, fornitori di infrastrutture elettriche e di ricarica, filiera delle batterie, studi di consulenza, società di noleggio, università, associazioni ambientaliste e associazioni di consumatori. Secondo il report di Motus-E nel 2019 il totale dell’immatricolato delle due categorie, Bev e Phev, era stato di 17.600 unità, contro appunto le quasi 60.000 immatricolazioni del 2020 riporta Adnkronos.

“Tuttavia, non si può non considerare la drammatica riduzione di più di 500.000 auto sull’immatricolato totale, che in percentuale si traduce in un -27.1% rispetto al 2019”, sottolinea Dino Marcozzi, segretario generale di Motus-E.

“Gli incentivi sono necessari al sostegno del mercato per almeno altri 3 anni”

“Oggi possiamo contare su quote di mercato relative al 2020 di Bev e Phev pari rispettivamente al 2,3% e 1,97%, ma se il mercato fosse stato pari a quello del 2019 le quota di sole Bev e di sole Phev sarebbe stata dell’1,6% e dell’1,4% – continua Marcozzi -. Questi dati ci dicono che di strada da fare ne abbiamo ancora tanta e che gli incentivi sono necessari al sostegno di un mercato, ancora parzialmente maturo, per almeno altri 3 anni”.

Più in dettaglio, per quanto riguarda il solo mese di dicembre 2020 il report evidenzia una crescita importante delle vendite rispetto al mese precedente. “Le elettriche pure e plug-in registrano rispettivamente 7.258 e 6.354 unità vendute. Questo si traduce in un aumento delle vendite rispetto a novembre 2020 del 52% per le Bev e del 30% per le Phev”, commenta il segretario generale di Motus-E.

L’inizio della rivoluzione nella mobilità

In sostanza, il consuntivo 2020 nelle vendite di auto elettriche e ibride plug-in conferma che nonostante la pandemia quest’anno può essere considerato l’inizio della rivoluzione nella mobilità. “Questo è vero un po’ in tutta Europa e anche in Italia, nonostante permanga un grosso gap di sviluppo, soprattutto rispetto a Germania, Francia e i Paesi del Nord. Le aziende che hanno deciso di investire in questo settore ci dimostrano quanto la mobilità elettrica non sia più solo una previsione futuribile, ma una realtà concreta – puntualizza ancora Marcozzi -. Riteniamo che proprio la crescita straordinaria del mercato dei mezzi ‘alla spina’ ci deve fare concentrare nello sviluppo delle infrastrutture: una spina senza una presa cui attaccarsi diventa l’oggetto più inutile e frustrante che si possa pensare”.

Varie

Il 2020 è l’anno delle Console Gaming

Posted by Valentina Beretta on
Il 2020 è l’anno delle Console Gaming

Il 2020 è stato un anno difficile per molti settori ma, secondo quanto emerge dai dati GfK, se il mercato della Tecnologia di consumo è andato in controtendenza tra i comparti che hanno fatto registrare un incremento particolarmente significativo delle vendite c’è quello del Gaming. Dopo un primo lockdown caratterizzato da un corsa all’acquisto delle console gaming, il settore dei videogiochi registra una ulteriore spinta nella parte finale dell’anno. Questo grazie al lancio dei modelli di nuova Generazione di Sony e Microsoft, che hanno fatto registrare vendite record nel mese di novembre.

Durante il lockdown primaverile picco delle vendite

Nel caso delle Console, un primo importante picco delle vendite si è registrato durante il lockdown della scorsa primavera: costretti a rimanere in casa, molti italiani hanno infatti deciso di dotarsi di nuovi dispositivi per giocare. Nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 17 maggio 2020 (Week 11-20) si è registrata una crescita del +25,2% a valore delle vendite di Console, rispetto allo stesso periodo del 2019. Inoltre, rispetto a sette anni fa è aumentata considerevolmente la quota di vendite realizzate online, che è passata dal 9% del 2013 al 47% del 2020. Un trend in linea con la forte crescita avuta dal canale online in un anno fortemente condizionato dall’emergenza Coronavirus.

Black Friday, +12,1% a valore rispetto al 2019

Un secondo picco di vendite si è avuto nel mese di novembre: in questo caso, la spinta decisiva per la crescita del mercato è arrivata dal lancio delle nuove Console di Microsoft (Week 46) e Sony (Week 47). In queste due settimane, il mercato è sestuplicato (+514%) rispetto alla settimana media del 2020. I dati di sell-out GfK aggiornati alla settimana del Black Friday (23-29 novembre 2020) mostrano infatti un +12,1% a valore da inizio anno rispetto allo stesso periodo del 2019.

Le nuove Console di Microsoft e Sony trainano il mercato

Il lancio delle nuove Console di Microsoft e Sony era sicuramente molto atteso dagli appassionati del settore, dato che in entrambi in casi il precedente modello risale al 2013. Questo peraltro ha portato a un esaurimento delle scorte disponibili nel giro di pochi giorni dal lancio. Mettendo a confronto le performance dei lanci di quest’anno con quelli del 2013, emergono alcuni dati interessanti. In generale, le Console di nuova generazione hanno performato molto meglio di quelle lanciate da Microsoft e Sony nel 2013. La crescita è stata infatti del +25,5% a unità e del +33% in valore. In crescita del +6% anche il prezzo medio di vendita.

Varie

Smart speaker, nuova passione globale: meglio se con display integrato

Posted by Valentina Beretta on
Smart speaker, nuova passione globale: meglio se con display integrato

Il mercato degli smart speaker continua a crescere nonostante la pandemia e a trainarlo sono i nuovi modelli con schermo integrato, mentre i dispositivi tradizionali perdono terreno. Lo rivelano le ultime analisi di Strategy Analytics, che evidenziano che la quota di smart speaker con display integrato ha toccato quota 26% nel terzo trimestre del 2020, rispetto al 22% dell’anno precedente. Le vendite di dispositivi con display nel terzo trimestre sono aumentate del 21% su base annua a 9,5 milioni di unità, mentre le vendite di altoparlanti intelligenti base (senza display) sono diminuite del 3% nello stesso periodo. Ciò ha portato a un aumento complessivo del 2,6% nelle vendite di smart speaker (con o senza display) nel terzo trimestre del 2020 rispetto al terzo trimestre del 2019, raggiungendo i 36,5 milioni di unità.

I brand che dominano le vendite

Nel mercato degli smart speaker, Amazon anche nel terzo trimestre mantiene ben salda la sua posizione di leadership, con una quota del 28,8% a livello globale,  sebbene le vendite siano leggermente diminuite rispetto all’anno precedente. I principali rivali di Amazon hanno tutti aumentato la loro quota di mercato, ad eccezione di Xiaomi. In particolare, evidenzia lo studio, i i dispositivi più venduti nel terzo trimestre sono stati Amazon Echo Show 5 e Baidu Xiaodu Zaijia 1c. Anche questo preciso segmento di mercato, come molti altri, è stato duramente colpito nel primo trimestre a causa delle difficoltà causate dalla pandemia, ma successivamente ha ripreso slancio. In virtù di questa tendenza gli analisti prevedono per il quarto trimestre dati tutti in positivo, grazie anche al lancio di nuovi modelli da parte dei tre principali fornitori statunitensi e al continuo miglioramento del sentiment economico a livello globale. “Come molti settori, gli smart speaker hanno avuto un anno difficile”, osserva l’analista David Watkins. “Tuttavia i segnali di ripresa stanno iniziando a manifestarsi, e l’impegno delle aziende è evidente dai numerosi nuovi prodotti e migliorie tecnologiche che vengono portati sul mercato. Salvo ulteriori gravi perturbazioni economiche, prevediamo che il 2021 – conclude – sarà caratterizzato da un’ulteriore crescita”.

Mai più senza altoparlanti “intelligenti”

Anche in Italia, grazie anche alle offerte sulle piattaforme on line e dei negozi fisici, gli smart speaker hanno fatto il loro ingresso in moltissime case e, probabilmente, saranno tra i regali più gettonati di questo 2020. Naturalmente, anche da noi la tendenza sarà quella di orientarsi verso gli ultimi modelli, ovvero quelli con display integrato.