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Economia

Casa, ad aprile prezzi dell’usato in crescita lenta: +0,3% in un mese

Posted by Valentina Beretta on
Casa, ad aprile prezzi dell’usato in crescita lenta: +0,3% in un mese

Secondo l’ufficio studi del portale immobiliare idealista, ad aprile 2022 il prezzo medio delle abitazioni di seconda mano è salito a 1.692 euro al metro quadro. Rispetto a marzo, in Italia nell’ultimo mese l’importo medio pagato per una casa è aumentato in media dello 0,3%. Tuttavia, la variazione annuale è ancora negativa, e rispetto ad aprile 2021 si attesta a -1,7%. Tra le regioni italiane, 14 su 20 hanno fatto registrare aumenti dei prezzi, con i rialzi più significativi concentrati in Valle d’Aosta (3,9%) e nel Friuli-Venezia Giulia (1,2%). Gli altri incrementi, ma sotto la soglia dell’1%, vanno dallo 0,9% della Sardegna allo 0,2% dell’Umbria, mentre per Piemonte e Abruzzo i prezzi restano invariati. Quanto ai cali, sono riferibili soprattutto al Molise, dove i prezzi sono scesi del -1,7%, seguito dalla Basilicata (-1,3%), la Toscana (-0,9%) e la Sicilia (-0,2%).

Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Liguria le più care

Sul fronte dei prezzi, la Valle d’Aosta, con 2.660 euro al metro quadro, è la regione più cara d’Italia, seguita dal Trentino-Alto Adige (2.542 euro/metro quadro) e la Liguria (2.411 euro/metro quadro).
Prezzi superiori alla media italiana di 1.692 euro al metro quadro anche per la Toscana (2.255 euro/metro quadro), il Lazio (1.963 euro/metro quadro) e la Lombardia (1.746 euro/metro quadro). Tra le 14 regioni con valori medi inferiori ai valori nazionali, le più economiche sono la Sicilia (999 euro/metro quadro), il Molise (882 euro/metro quadro), e la Calabria, con 851 euro.

Segno positivo per Napoli, Firenze, Torino, Milano e Bologna

E nelle città italiane i prezzi delle case sono aumentati o diminuiti? A quanto riporta l’analisi di idealista, le variazioni dei prezzi nelle principali città italiane vedono Napoli, con un +1,9% rispetto a marzo 2022, Firenze (+0,7%), Torino (+0,3%), Milano e Bologna (entrambe +0,2%) i cinque capoluoghi che chiudono il mese di aprile sotto il segno positivo. All’opposto, Roma e Palermo, entrambe a -0,9%, e Genova, con un -0,6%, nell’ultimo mese segnano una flessione.

A Venezia, Bolzano e Milano le case costano di più

Riguardo ai prezzi di vendita nelle città, riporta Askanews, Venezia, con 4.394 euro al metro quadro registrati ad aprile, Bolzano (4.077 euro/metro quadro) e Milano (3.983 euro/metro quadro) sono le più care. Roma, con i suoi 2.819 euro al metro quadro, è settima nel ranking dei prezzi dei capoluoghi delle città italiane, e Napoli (2.137 euro/metro quadro) sedicesima. Le ultime della graduatoria sono Vibo Valentia (844 euro/metro quadro), Reggio Calabria (842 euro/metro quadro) e Biella (700 euro/metro quadro).

Economia

Mercato immobiliare a Milano, pesano incertezza e l’effetto smartworking

Posted by Valentina Beretta on
Mercato immobiliare a Milano, pesano incertezza e l’effetto smartworking

Anche se quello milanese rimane senza dubbio uno dei più dinamici d’Italia, il mercato immobiliare all’ombra della Madonnina ha subito gli effetti dell’emergenza sanitaria come tutti gli altri. A dirlo sono i dati i dati di sintesi che emergono dalla “Rilevazione dei prezzi degli Immobili della Città Metropolitana di Milano” sul secondo semestre 2021, realizzata dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, attraverso una Commissione di rilevazione composta dalle principali Associazioni di Categoria ed Ordini Professionali del settore: FIMAA Milano Lodi Monza e Brianza (Confcommercio Milano), Assimpredil ANCE, FIAIP Milano, ANAMA Milano (Confesercenti) ed ISIVI (Valutatori Immobiliari). Tra le principali criticità sembrano esserci, a detta degli operatori, il rallentamento delle trattative, l’emergente incertezza per la finanziabilità delle operazioni, l’influsso della situazione internazionale, la lievitazione dei costi di materie prime e energia, la perdita di clienti russi e ucraini.

Prezzi e tendenze

I prezzi in città sono comunque tutti in crescita. In media valgono 5.898 euro al mq gli immobili nuovi a Milano al secondo semestre 2021 e crescono di 1,1% rispetto a 5.836 euro al mq, valore del primo semestre. Era di 5.210 il dato pre Covid a fine 2019, con una crescita del 13,2% del prezzo medio degli immobili nuovi milanesi in due anni. In particolare, a fine 2021, in centro i prezzi medi sono di 10.367 euro al mq, nel settore nord di 4.548 euro al mq, nel settore est di 4.932 euro al mq, nel settore sud di 4.283 euro al mq, nel settore ovest di 5.361 euro al mq.
“Tra le conseguenze future, in uno scenario di smart living, l’impatto che lo smart working continua ad avere sul territorio si traduce non solo in nuovi modi di vivere la propria abitazione ma anche in un modo diverso di fruire di spazi esterni, servizi, trasporti, attività commerciali. Determina nuove abitudini e nuove esigenze, condiziona tutti i settori in modo trasversale. I dati del Comune di Milano dimostrano che lo smart working ha impattato sulle attività, sui trasporti e sui servizi. Con la fine auspicata dell’emergenza sanitaria ci saranno aziende che riporteranno i lavoratori in presenza ma anche altre che opteranno per l’attività mista, o totalmente in smart working: lo scenario è aperto ed offre molti motivi di riflessione che necessitano di risposte differenziate secondo le situazioni ed i contesti” cha detto Beatrice Zanolini, consigliere Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e segretario FIMAA Milano, Lodi, Monza e Brianza.

Eppure “vola”

“La Commissione Prezzi ha rilevato il mercato immobiliare del II semestre 2021 per Milano e la sua Provincia ed anche quello di Monza e di Lodi e delle loro Provincie per l’intero anno. Un mercato fortemente in rialzo che ha recuperato la stabilità del 2020 dovuto alla pandemia, ed ha sorpreso con rialzi medi che per Milano hanno superato il 6-7% trascinando un forte interesse anche sulla Provincia e riflettendosi sui mercati delle due ulteriori provincie rilevate. Anche gli affitti hanno tenuto con una parziale leggera sofferenza nel centro storico (meno 5%), ma con una ripresa significativa (5-7%) per le zone più popolate della città. Anche a Monza e Lodi gli affitti riscontrano segni positivi” conclude Andrea Marietti, vicepresidente della Commissione Prezzi immobili della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. 

Economia

Nel secondo anno di pandemia aumenta lo spreco di cibo: +15% 

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Nel secondo anno di pandemia aumenta lo spreco di cibo: +15% 

Nella spazzatura gettiamo in media 595,3 grammi di cibo pro capite a settimana, ovvero 30,956 kg annui: circa il 15% in più del 2021, quando erano 529 grammi settimanali. Un dato accentuato al Sud (+18% rispetto alla media nazionale) e per le famiglie senza figli (+12%). Insomma, nelle case degli italiani torna a crescere lo spreco di cibo, interrompendo un trend positivo iniziato nel 2019. Si tratta di dati in controtendenza con l’ultimo biennio. Lo attesta il rapporto Il caso Italia 2022 di Waste Watcher International monitorato da Ipsos. 

Quanto vale buttare il cibo? 

Lo spreco del cibo nelle nostre case vale complessivamente 7,37 miliardi di euro, corrispondente allo sperpero annuale di 1.866.000 tonnellate. Se includiamo anche lo spreco alimentare di filiera (5.164.928 tonnellate), arriviamo a uno spreco nazionale di quasi 10 miliardi e mezzo.
“La tendenza a una diminuzione dello spreco alimentare domestico, che a livello nazionale e globale gioca la parte del leone, con un’incidenza del 60-70% sulla filiera campo-tavola, ha interrotto sensibilmente il suo slancio positivo con il ritorno alla vita sociale – spiega l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore della campagna Spreco Zero e della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare -. Una battuta di arresto che si spiega in parte per la ripresa del consumo extra-domestico – aggiunge Segrè – e in parte per la difficoltà generale delle condizioni di vita dell’ultimo anno”.

Frutta, cipolle, tuberi e pane i più gettati

L’indagine spiega che nella hit degli alimenti più spesso sprecati svettano la frutta fresca (27%), cipolle aglio e tuberi (17%), pane fresco (16%), verdure (16%) e insalata (15%).
“L’Italia – continua Segrè – resta comunque la nazione più virtuosa nel ‘G8 dello spreco’, che vede i russi a quota 672 grammi settimanali, gli spagnoli a 836 grammi, i cittadini inglesi a 949, i tedeschi a 1081, i canadesi a 1144, i cinesi a 1153 e in fondo i cittadini statunitensi, che ‘auto-denunciano’ lo spreco di 1453 grammi di cibo settimanali. Tuttavia, guardando anche alla tipologia dei prodotti che sprechiamo, è evidente che dobbiamo fare ancora molta strada per ridurre lo spreco e migliorare la nostra dieta alimentare”.

Una perdita di denaro che nuoce all’ambiente

“La via maestra resta dunque quella di una svolta culturale che sostenga l’adozione e la replica delle buone pratiche nel nostro quotidiano, dall’acquisto del cibo alla sua gestione e fruizione – sottolinea Segrè -. Per questo rilanciamo la proposta di mettere al centro dei programmi di educazione civica, nelle scuole, i temi dell’educazione alimentare e ambientale”. Ma quali sono gli effetti negativi dello spreco secondo i consumatori italiani? Al top, lo spreco di denaro, vissuto come aspetto più grave da oltre 8 italiani su 10 (83%). C’è poi l’effetto diseducativo sui giovani (83%), l’immoralità intrinseca dello spreco alimentare (80%) e delle risorse (78%), e l’inquinamento ambientale (76%).

Economia

Credito al consumo in crescita, +18,8% rispetto al 2020

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Credito al consumo in crescita, +18,8% rispetto al 2020

Nei primi nove mesi del 2021 i flussi di credito al consumo registrano una crescita del +18,8% rispetto al 2020. I volumi però non tornano ai livelli pre-pandemia: il confronto con i primi nove mesi 2019 evidenzia infatti ancora una contrazione (-9.7%). Tuttavia, nel corso del 2021il gap si riduce progressivamente, in particolare nel terzo trimestre. I prestiti personali sono il prodotto che più ha risentito degli effetti della crisi, segnando -18.1% sui flussi erogati rispetto al 2019. Sulla domanda incide ancora la prudenza verso impegni finanziari maggiori, e sull’offerta la maggiore attenzione al merito creditizio dei richiedenti, anche a seguito di normative prudenziali più stringenti.
Sono alcune evidenze emerse dalla 51a edizione dell’Osservatorio sul Credito al Dettaglio, realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia.

Mutui immobiliari, prosegue il trend positivo
Le erogazioni di mutui immobiliari alle famiglie nei primi nove mesi del 2021 registrano una crescita del +21,3%, e il confronto sul periodo corrispondente del 2019 restituisce un incremento ancora più elevato: +36,8%. Trainano la crescita i mutui con finalità d’acquisto (+39,8%), che rappresentano il 79% dei flussi finanziati superando il valore pre-pandemia (75%). Il trend ha beneficiato dei tassi di riferimento ancora ai minimi storici e degli incentivi governativi. Il comparto sta inoltre fornendo un contributo alla transizione ‘verde’ dei consumi attraverso l’offerta di mutui green, che incidono per l’8% sul totale mutui acquisto. Le surroghe invece nel terzo trimestre 2021 accentuano il calo (-45,6%) per via dell’esaurimento dei contratti in essere che potrebbero migliorare le condizioni economiche applicate.

L’analisi della rischiosità
Il rischio di credito si colloca, rispetto al totale dei prestiti alle famiglie, sul livello più basso degli ultimi anni, con il tasso di default 90 past due che a settembre 2021 si posiziona all’1,2%.
La contrazione dei trimestri centrali del 2021 coinvolge sia i prestiti finalizzati (0,8% a settembre 2021) sia i prestiti personali (1,9%). Anche per i mutui immobiliari il tasso di default a 90 giorni segue un percorso di riduzione, passando dall’1,2% di marzo 2021 allo 0,7% di settembre. Al mantenimento di un’elevata qualità del credito hanno contribuito, oltre agli strumenti di sostegno del reddito, anche l’atteggiamento responsabile delle famiglie e i tassi di interesse confermati dalla BCE ai minimi storici.

Le prospettive per il biennio 2022-23
Lo scenario macroeconomico considerato dall’Osservatorio rimane cautamente ottimistico, ma un elemento cruciale sarà la capacità delle istituzioni di attuare nei tempi e nei modi concordati con la Commissione europea gli interventi previsti dal PNRR. Dopo il rimbalzo del 2021 i flussi complessivi di credito al consumo nel biennio 2022-23 consolideranno una crescita guidata dai prestiti finalizzati, mentre sarà più lento il recupero dei prestiti personali. Sul fronte delle politiche di offerta, la solvibilità della clientela resterà un elemento decisivo, soprattutto nel 2022, quando il termine delle moratorie e la riduzione degli interventi di sostegno porterà a un peggioramento della rischiosità.

Economia

Da novembre 2020 i prestiti bancari alle imprese tornano a scendere

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Da novembre 2020 i prestiti bancari alle imprese tornano a scendere

Grazie al ‘Cura Italia’, al ‘Decreto Liquidità’ e al ‘Garanzia Italia’, tra la fine di febbraio e novembre 2020 gli impieghi bancari al lordo delle insolvenze hanno subito un’impennata, che ha permesso di invertire una tendenza negativa che durava ininterrottamente dall’agosto del 2011. Nel periodo più ‘nero’ della pandemia gli impieghi bancari lordi erogati alle imprese sono infatti aumentati di oltre 40 miliardi. Successivamente, il flusso dei prestiti alle imprese è tornato a scendere, e tra il mese di novembre dell’anno scorso e il mese di agosto 2021 il flusso si è contratto di 22 miliardi, portando lo stock complessivo dei prestiti a quota 732,2 miliardi. In pratica, a partire da novembre 2020 i prestiti bancari alle imprese sono tornati a scendere.

In un anno la riduzione è stata di quasi 9 miliardi di euro

Solo nell’ultimo anno, da agosto 2020 su agosto 2021, la riduzione è stata di quasi 9 miliardi di euro, precisamente, 8,9 miliardi di euro. Questo, nonostante durante l’anno in corso i principali istituti di credito italiani abbiano registrato utili importanti, e in alcuni casi anche miliardari. Da quanto emerge dai dati indicati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, se poi si allarga l’arco temporale di osservazione di questo fenomeno agli ultimi 10 anni, il crollo è stato pesantissimo: pari a -267,6 miliardi di euro. Almeno in quest’ultimo anno, sottolinea la Cgia, è però difficile comprendere le ragioni di questa tendenza.

Le misure restrittive in materia di valutazione del credito

Nonostante le garanzie pubbliche messe in campo e rifinanziate anche per il 2022, pare che a seguito delle misure restrittive in materia di valutazione del credito introdotte a livello europeo dopo le crisi 2008-2009 e 2012-2013, per gli istituti di credito erogare liquidità alle imprese non costituisce più un grande ‘affare’. Nel mercato creditizio del nostro Paese il ruolo delle grandi banche, fa sapere l’Ufficio studi della Cgia, è determinante. Secondo la Banca d’Italia, nel 2020 erano 11 gli istituti di credito classificati come significativi, e a questi era riconducibile l’80%o circa delle attività complessive del sistema.

È il Lazio registra la regione con la contrazione più significativa: 42,2 miliardi

Sebbene il fenomeno riguardi un po’ tutte le regioni italiane, tra le regioni più importanti del Paese è il Lazio la realtà che ha registrato la contrazione in termini percentuali più significativa sia nell’ultimo anno, ovvero da agosto 2020 ad agosto 2021, sia nell’ultimo decennio (agosto 2011 su agosto 2021). Nel primo caso, riporta Ansa, la riduzione degli impieghi bancari lordi alle imprese è scesa di 6,2 miliardi (-7,8%), nel secondo caso, di 42,2 miliardi (-36,5%).

Economia

Il mercato delle criptovalute supera 2 mila miliardi di dollari

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Il mercato delle criptovalute supera 2 mila miliardi di dollari

Nel mese di settembre 2021 il valore totale del mercato delle criptovalute ha superato 2.000 miliardi di dollari, una cifra dieci volte superiore rispetto all’inizio del 2020. In particolare, i soli stablecoin hanno toccato quota 120 miliardi, quadruplicando il valore dall’inizio dell’anno. Il calcolo è del Global financial stability report del Fondo monetario internazionale. Secondo l’Fmi, insieme a “un nuovo mondo di opportunità”, crescono anche sfide e rischi. E se finora gli incidenti registrati “non hanno avuto un impatto significativo, man mano che il settore diventerà sempre più mainstream, la loro importanza in termini di implicazioni potenziali per tutta l’economia è destinata ad aumentare”, si legge nel report. In particolare, l’Fmi mette in guardia sui rischi che corrono i consumatori. Di oltre 16.000 token quotati in vari scambi, soltanto 9.000 esistono ancora oggi, mentre il resto si è volatilizzato in varie forme.

Pericolose lacune di dati dovute all’anonimato delle criptoattività 

Questo perché, ad esempio, molti token non hanno più volume sufficiente o perché gli sviluppatori si sono ritirati dal progetto. O anche perché erano stati creati per mera speculazione o direttamente con intenzioni fraudolente. Inoltre, osserva il rapporto, l’anonimato delle criptoattività crea lacune di dati per i regolatori e può aprire le porte al riciclaggio o al finanziamento del terrorismo. Per quanto le autorità siano in grado di tracciare le transazioni illecite, possono avere difficoltà a risalire alle parti coinvolte. Senza dimenticare che la differenza delle cornici regolatorie tra i vari Paesi complica il coordinamento, con molte transazioni che avvengono tra entità che operano principalmente in centri finanziari offshore. “Ciò – avverte il Fondo – rende la supervisione e il controllo non solo complicato, ma quasi impossibile senza collaborazione internazionale”.

I rischi legati alla criptizzazione dell’economia

A preoccupare gli economisti di Washington è anche il rapido diffondersi delle criptoattività nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. 
“Guardando al futuro – avverte il Gfsr – un’adozione così rapida e diffusa può porre significative sfide rafforzando la dollarizzazione dell’economia, o in questo caso la criptizzazione, con i cittadini che cominciano a usare criptovalute al posto della moneta locale. E ciò può ridurre la capacità delle banche centrali di condurre con efficacia la propria politica monetaria”. Le criptoattività potrebbero inoltre favorire l’evasione fiscale e i deflussi di capitale. 

La regolamentazione degli stablecoin

Di qui l’esortazione del Fondo ad agire in modo deciso, rapido e ben coordinato a livello globale, riporta Agi. Cinque sono i suggerimenti che arrivano da Washington, e il primo è l’invito a regolatori e supervisori a monitorare il rapido sviluppo di questo ecosistema e i rischi che può porre, affrontando il nodo della carenza di dati. I regolatori nazionali, inoltre, dovrebbero dare la priorità all’applicazione degli standard globali esistenti. E quanto al ruolo degli stablecoin, la regolamentazione “dovrebbe essere proporzionata ai rischi che pongono e alle funzioni che svolgono, allineandola a quella di altre entità che forniscono strumenti simili, come depositi bancari o fondi monetari di mercato”.

Economia

Italia, ad agosto i mutui più bassi del mondo

Posted by Valentina Beretta on
Italia, ad agosto i mutui più bassi del mondo

Chi sta progettando di comprare casa è ancora in tempo: mai come in questo momento i tassi per i mutui sono particolarmente vantaggiosi. E nel nostro paese, stando alle rilevazioni, ancora di più: ad agosto, ad esempio, i tassi dei mutui italiani si sono posizionati tra i più bassi del mondo. A dirlo sono Facile.it e Mutui.it che hanno analizzato gli indici registrati in 14 Stati scoprendo come, fra questi, l’Italia sia la nazione dove chiedere un mutuo costa meno.

Come è stata condotta l’analisi comparativa con i paesi europei…

L’analisi, effettuata sui valori registrati ad agosto, ha considerato un immobile dal valore di 180.000 euro, una richiesta di finanziamento di 120.000 euro ed un piano di restituzione pari a 20 anni. In Italia, nel periodo di riferimento, questo tipo di finanziamento era indicizzato con taeg tra 0,88% e 0,98% se fisso e fra 0,67% e 0,77% se variabile. Senza dubbio il migliore fra le 14 nazioni dell’indagine.
Guardando unicamente al tasso fisso e al taeg, in Europa si avvicina ai valori italiani solo la Germania, dove il mutuo viene indicizzato a partire dall’1,18%. Fanno peggio, invece, alcuni Stati europei che, tradizionalmente, avevano tassi di interesse più simili a quelli del nostro Paese: è il caso della Spagna, dove il finanziamento è indicizzato dall’1,64%, e del Portogallo (a partire dall’1,91%).
Sempre restando entro i confini del Vecchio Continente, dall’analisi è emerso come le indicizzazioni del tasso fisso, considerando ancora una volta il taeg, partano dal 2,30% in Norvegia e dal 2,40% nel Regno Unito. Sebbene per queste due nazioni sia stato possibile rilevare solo il tan e non il taeg, è evidente come anche in Albania e in Grecia i mutuatari si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori e pari, rispettivamente, al 3,00% e al 3,20%. Anche rispetto al tasso variabile (considerando il taeg), in Europa, tra i Paesi analizzati, nessuno fa meglio dell’Italia e le offerte rilevate partono dall’1,53% della Spagna fino all’1,95% del Portogallo.

… e con il resto del mondo

L’indagine ha però varcato anche i confini dell’Europa e ha esplorato le condizioni applicate ai finanziamenti anche in altre parti del mondo, considerando come indice di riferimento di ciascuna nazione, il tan, e non il taeg. Guardando ai tassi fissi, gli indici partono dall’1,44% in Canada, dall’1,89% in Australia, dal 2,13% in Giappone e dal 2,25% negli Stati Uniti. Per quanto concerne i tassi variabili, invece, il Canada è l’unico Stato che, con un tan dello 0,98%, si avvicina a quello del nostro Paese; continuando l’analisi extra-europea i valori rilevati partono dall’1,41% in Giappone, dall’1,83% negli Stati Uniti, fino all’1,85% dell’Australia. Appaiono invece altissimi i tassi applicati da alcuni stati come la Russia e il Brasile: qui i tassi fissi partono, con una differenza enorme rispetto a quelli italiani, rispettivamente dal 4,95% e dal 6,70%.

Economia

Nei prossimi 6 mesi le micro imprese italiane prevedono assunzioni

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Nei prossimi 6 mesi le micro imprese italiane prevedono assunzioni

Più della metà delle micro imprese italiane nei prossimi sei mesi dell’anno ha intenzione di assumere nuovo personale. Si tratta di un contributo alla crescita dell’occupazione nel nostro Paese, frenato però dalle difficoltà, e in molti casi dalla impossibilità, di reperire tutte le figure professionali necessarie. Lo rileva una indagine condotta dalla CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, su un campione di oltre 2 mila aziende, rappresentative del tessuto imprenditoriale nazionale, composto per più del 90% da imprese con meno di dieci addetti. Più in dettaglio, il 55,1% delle imprese che hanno partecipato all’indagine vorrebbe realizzare assunzioni entro gennaio 2022. Di queste, il 52,7% ipotizza nel periodo in esame una assunzione, il 33,8% ne prevede due, e l’8,2% tre.

Non si tratta di un aumento transitorio della domanda

Assunzioni che non sono destinate a fare fronte a un aumento meramente transitorio della domanda. Quasi due nuovi lavoratori su tre, infatti, sarebbero reclutati mediante contratti ‘stabili’. In particolare, il 29,4% con contratto a tempo indeterminato, il 20,2% di apprendistato, e il 14,8% tramite tirocinio formativo. Il 27,7% delle imprese invece punta su contratti a tempo determinato, che rappresenta la formula giuridica ideale a soddisfare la flessibilità richiesta alle imprese più piccole. Marginale risulta invece il ricorso alle collaborazioni professionali (4,1%) e al lavoro occasionale (3,8%).

La difficoltà di reperire figure professionali spesso è insormontabile

La volontà delle imprese, e in particolare delle imprese artigiane, micro e piccole, di ampliare l’organico in funzione delle nuove necessità richieste dal mercato nel dopo pandemia, rischia però di essere frustrata dalla difficoltà, spesso insormontabile, di reperire le figure professionali. Solo il 12,9% delle imprese che stanno assumendo, o vorrebbero farlo, assicura di non avere avuto (e si dice convinto che non avrà) problemi a selezionare candidati dotati delle competenze richieste disposti ad accettare l’offerta. Al contrario, la grande maggioranza del campione denuncia difficoltà. Il 79,9% delle imprese, infatti, non riesce a trovare candidati idonei alle mansioni richieste. E il rimanente 7,2% si imbatte in candidati insoddisfatti delle offerte economiche avanzate dalle imprese, riporta Italpress.

Meglio usare il passaparola per cercare personale 

Sotto questo aspetto, dall’indagine CNA emerge un quadro “inquietante anche se non nuovo: il nostro Paese non ha un sistema in grado di coniugare domanda e offerta di lavoro – sottolinea l’associazione -. Tanto che il 41,1% delle imprese ammette di cercare il personale prevalentemente tramite il cosiddetto passaparola. Una quota quasi doppia rispetto a quella delle imprese che si rivolgono alle agenzie interinali e di ricerca o selezione del personale, che si ferma al 21,5%. Il 16,6% del campione – continua la CNA – si indirizza a scuole o a istituti di formazione, l’11% si affida ai mezzi di comunicazione specializzati e appena il 3,8% ricorre ai centri per l’impiego. A riprova del fatto che il canale pubblico riesce solo per una esigua parte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro”.

Economia

L’arbitrato semplificato compie un anno. In sei mesi +19%

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L’arbitrato semplificato compie un anno. In sei mesi +19%

La procedura di arbitrato semplificato avviata il 1° luglio 2020 in Camera Arbitrale con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento Arbitrale, compie un anno, e negli ultimi sei mesi è cresciuta del 19%. Questa procedura ha l’obiettivo di venire incontro alle esigenze delle imprese provate dalla crisi economica innescata dalla pandemia, ed è uno strumento più adattabile al fabbisogno delle Pmi perché dimezza i tempi del procedimento. Il caso con l’arbitrato semplificato si chiude infatti in media in 6 mesi, e il costo si riduce di un terzo rispetto al procedimento arbitrale ordinario. Inoltre, i costi di un arbitrato in Camera Arbitrale di Milano sono certi e prevedibili, poiché stabiliti da un tariffario.

Il vantaggio di dimezzare i tempi e ridurre i costi

Questo tipo di procedura ha il vantaggio appunto di dimezzare i tempi e ridurre i costi rispetto al procedimento arbitrale ordinario. La decisione è affidata all’arbitro unico (anziché a un collegio di tre arbitri), i tempi prevedono 3 mesi per il deposito del lodo anziché i 6 ordinari, e il numero di memorie è ridotto e si svolge, al più, in un’unica udienza. In media in 6 mesi si arriva all’esito del procedimento e i costi per gli onorari della Camera Arbitrale e dell’arbitro unico si riducono in media del 30%.  La procedura si applica ai procedimenti instaurati dopo il 1° luglio se il valore della domanda di arbitrato non sia superiore a 250.000 euro.

In un anno il 32% delle domande è stato amministrato con la procedura semplificata

In un anno, su un totale di 109 nuove domande di arbitrato depositate in Camera Arbitrale di Milano, il 32% è stato amministrato con la procedura semplificata.
Nei primi 6 mesi di avvio l’arbitrato semplificato ha coperto il 29% del totale delle procedure, mentre nei 6 mesi successivi la quota della procedura del semplificato è stata del 36%, rispetto al totale delle procedure. Il ricorso a questo nuovo strumento è quindi cresciuto del 19%, nel confronto tra i primi 6 mesi di avvio e i successivi sei mesi di consolidamento della procedura.

Le controversie più amministrate: mancato pagamento di fatture, liti societarie 

La maggior parte delle controversie amministrate con la procedura dell’arbitrato semplificato ha avuto per oggetto il mancato pagamento di fatture, liti societarie, l’affitto del ramo d’azienda. Seguono consulenza, violazione del patto di non concorrenza, fornitura, leasing, vendita, e franchising. Le parti che nel 2020 hanno fatto ricorso all’arbitrato sono persone giuridiche nel 68% dei casi, mentre per il 55% sono società di capitali. Tra le persone fisiche (32%) si registra un incremento del numero dei professionisti (10%), e tra le materie del contendere primeggiano l’ambito societario (48%), il settore appalti (9%) e quello dell’affitto, la vendita e cessione del ramo d’azienda (7,5%).

Economia

Gli eventi? Anche nei prossimi mesi continueranno quelli digitali

Posted by Valentina Beretta on
Gli eventi? Anche nei prossimi mesi continueranno quelli digitali

Dopo tutte le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, finalmente è avvenuto il tanto atteso ritorno alla normalità. Però quanto sperimentato e acquisito nei mesi passati, a livello personale e professionale, non potrà lasciare non lasciare traccia nelle nostre vite, sia a livello personale sia professionale. Un esempio eclatante è quello riferito al comparto degli eventi: ad esempio, anche se mostre, convegni e conferenze potranno presto tornare all’abituale svolgimento in presenza, anche per la fine del 2021 e tutto il 2022 la stragrande maggioranza delle aziende continuerà a pianificare attività virtuali o ibride, così da avere il massimo raggio di manovra. 

Gli incontri a distanza sono apprezzati dalle aziende

Questo trend emerge da un’indagine interna di Emeraude Escape, società francese specializzata nella progettazione di soluzioni di gamification su misura per il business. La ricerca mostra che l’ascesa delle attività digitali interattive in ambito B2B non si fermerà nemmeno nell’era post-Covid 19, anzi, il format continuerà ad essere scelto anche in futuro. Tra le ragioni di questo fenomeno, spicca il fatto che a detta delle aziende i meeting e gli incontri virtuali hanno spesso ottenuto un successo molto superiore alle aspettative. Anche uno studio recentemente svolto da LinkedIn in Francia rivela che il 69% degli organizzatori di eventi B2B dichiara che continuerà a proporre seminari e convegni digitali o ibridi per i prossimi 12 mesi. 

Vincono la flessibilità e la possibilità di superare eventuali limitazioni

Ancora, le nuove opportunità offerte dal digitale al settore degli incontri consentono di bypassare le limitazioni che comunque ci saranno anche nei prossimi mesi, come ad esempio il numero massimo di persone, la necessità di dispositivi di protezione individuale, di frequenti disinfezioni e di altre incombenze. “La quasi totalità delle richieste che stiamo ricevendo per questo e per il prossimo anno è relativa a congressi di tipo virtuale oppure in parte digitale e in parte in presenza”, ha detto Virgile Loisance, CEO di Emeraude Escape, che ha proseguito: “Numerose grandi aziende stanno pensando di consentire ai propri dipendenti di lavorare da casa per alcuni giorni alla settimana anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Si tratta, infatti, di una modalità flessibile e che offre diversi vantaggi ad ambo le parti, oltre a garantire una maggior sicurezza. La possibilità di proporre eventi virtuali o ibridi particolarmente immersivi e coinvolgenti non fa che rendere un’organizzazione di tipo ibrido ancora più interessante e facilmente attuabile anche sul lungo periodo”.