Monthly Archives

3 Articles

Varie

Figli con disabilità: l’impatto sulla famiglia

Posted by Valentina Beretta on
Figli con disabilità: l’impatto sulla famiglia

Tra le famiglie con figli disabili è ancora forte il carico di cura, che grava, in particolare, sulle madri. La rete di supporto, costituita soprattutto da coniuge e nonni, resta fondamentale, ma non sempre sufficiente.
Le famiglie con figli con disabilità dedicano significativamente molto tempo all’accudimento: oltre 8 ore al giorno nei giorni feriali e fino a 14 ore nel weekend, soprattutto quando il figlio ha meno di 6 anni.

Essere genitori comporta spesso una riorganizzazione della vita lavorativa. Per le famiglie con figli con disabilità questo impatto è ancora più evidente: il 48% ha richiesto la riduzione dell’orario di lavoro. Inoltre, per il 28% l’essere genitore ha condizionato “moltissimo” gli avanzamenti di carriera, soprattutto le madri (36%) rispetto ai padri (17%). Sono alcuni risultati dell’indagine di Doxa e Fondazione Paideia sull’impatto della disabilità sul sistema familiare.

Rete e percezione di aiuto

Le principali criticità che condizionano il benessere familiare sono la mancanza di tempo per sé (70%), lo stress da accudimento (64%) e le difficoltà nella conciliazione tra lavoro e vita privata (58%). 
Tra i genitori di figli con disabilità, il 71% valuta positivamente l’efficacia della scuola nel favorire lo sviluppo di una maggiore autonomia, Di contro, il 29% ritiene che la scuola aiuti “poco” o “per nulla” il/la figlio/a a sviluppare una maggiore autonomia.

Il 39% ha sperimentato l’impossibilità di partecipare a una gita scolastica negli ultimi due anni. Le ragioni più frequenti sono la mancanza di personale dedicato (13%) o l’assenza di assistenza notturna nelle gite su più giorni (11%).

Servizi socio-sanitari

Secondo l’80% delle famiglie italiane, la presenza a scuola di bambini con disabilità favorisce nuove forme di apprendimento e migliora il clima in classe (75%). Tuttavia, per il 41% delle famiglie che non hanno bambini con disabilità, la presenza in classe di un bambino o una bambina con disabilità rallenta “molto” o “abbastanza” la didattica.

Il 45% delle famiglie che hanno bambini con disabilità dichiara di usufruire di servizi sanitari in ambito pubblico per i propri figli “quotidianamente” o “settimanalmente”. Ma più di 6 famiglie su 10 hanno acquistato prestazioni sanitarie o riabilitative private per il figlio o la figlia con disabilità nell’ultimo anno.

Preoccupazione per il futuro

Per il 24% delle famiglie con bambini con disabilità il figlio o la figlia non frequenta “mai” amici al di fuori della scuola, e il 35% non viene “mai” o “raramente” invitato alle feste di compleanno di amici o compagni di scuola. Il dato peggiora con l’avanzare dell’età: se nella fascia 0-5 anni la risposta “raramente” o “mai” è pari al 26%, nella fascia 6-18 anni sale al 38%.

Il 54% tra le famiglie in cui è presente un minore con disabilità si dichiara “molto preoccupato” per il futuro dei figli. 
Le preoccupazioni maggiori riguardano la capacità dei figli di sopravvivere ai genitori (66%), la salute (60%), le relazioni amicali e sentimentali (52%) e l’indipendenza economica dai genitori (49%).

Economia

Retail Media: la pubblicità che cambia il modo di fare shopping

Posted by Valentina Beretta on
Retail Media: la pubblicità che cambia il modo di fare shopping

Il Retail Media è una delle novità più interessanti nel mondo della comunicazione: unisce commercio e pubblicità, trasformando il modo in cui i brand parlano con i consumatori. I numeri raccontano bene il fenomeno: nel 2024 in Italia questo mercato ha raccolto circa 510 milioni di euro e nel 2025 dovrebbe arrivare a 640 milioni, con un balzo del 27%.

A spingere la crescita sono i colossi dell’eCommerce e le iniziative dei retailer, che sempre più spesso investono in spazi digitali nei negozi, piattaforme online e strategie basate sui dati.

Di cosa parliamo quando diciamo “Retail Media”

Con questa espressione si indicano tutti quegli spazi e strumenti che i retailer mettono a disposizione delle aziende per fare pubblicità. Ci sono le soluzioni in negozio – come schermi digitali, cartelloni o la radio interna – quelle online, dai siti alle app fino ai social, e infine le campagne realizzate su canali esterni grazie ai dati dei retailer stessi.

Il modello più avanzato non si limita a “mostrare annunci”, ma punta a mettere il cliente al centro: i dati vengono usati per personalizzare i messaggi e capire l’efficacia di ogni campagna lungo tutto il percorso d’acquisto. “Il Retail Media sta cambiando le regole del gioco”, spiega Denise Ronconi del Politecnico di Milano, “non è più solo pubblicità, ma un vero asset strategico”.

I nodi da sciogliere

Come spesso accade nei settori emergenti, non mancano le difficoltà. La prima è la frammentazione: tante piattaforme diverse rendono complicato organizzare campagne su larga scala.

Poi c’è il tema delle competenze: i retailer devono imparare a comportarsi come editori, gestendo spazi, dati e partnership con un approccio più maturo. Infine manca ancora una base comune di metriche: senza regole condivise per misurare i risultati, è difficile costruire fiducia negli investimenti. “Standard e trasparenza sono fondamentali”, ricorda Giuliano Noci, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro del Politecnico.

Perché la misurazione fa la differenza

Il punto chiave per far crescere davvero il Retail Media è la capacità di misurare in modo chiaro e condiviso le performance delle campagne. Non si parla solo di clic o visualizzazioni, ma di sistemi più evoluti che valutano qualità, attribuzione e impatto reale. “La misurazione non è un dettaglio tecnico”, sottolinea Nicola Spiller del Politecnico, “è ciò che renderà questo canale credibile e competitivo”.

Il futuro? All’insegna dell’integrazione

Tra i vari canali, oggi l’on-site – cioè siti e app dei retailer – è il più forte in termini di conversione. L’off-site è utile per far crescere la notorietà dei brand, mentre l’in-store vive una fase di rinnovamento digitale.

Il passo successivo sarà l’integrazione: solo unendo in modo coerente on-site, off-site e in-store sarà possibile sfruttare al massimo il potenziale di questo mercato. “Il Retail Media è a un punto di svolta”, conclude Riccardo Mangiaracina, “ed è destinato a diventare un pilastro della strategia commerciale dei prossimi anni”.

My Blog

Social media: tutti d’accordo per il divieto agli under 14

Posted by Valentina Beretta on
Social media: tutti d’accordo per il divieto agli under 14

È ampio il sostegno dei cittadini globali al divieto di accesso ai social media per i minori di 14 anni. Il 71% degli intervistati dall’Ipsos Education Monitor in 30 Paesi del mondo ritiene che gli under 14 anni non dovrebbero accedere ai social network. E tra i genitori con figli in età scolare, la percentuale sale al 74%. Di fatto, mentre l’Australia si prepara a diventare il primo Paese a vietare l’accesso ai social per i minori di 16 anni, l’indagine mostra che in tutti i 30 Paesi analizzati la maggioranza è favorevole all’introduzione di limiti d’età.

L’Ipsos Education Monitor 2025 mostra inoltre una preoccupazione diffusa per la salute mentale dei giovani, ma anche opinioni contrastanti sul ruolo dell’Intelligenza artificiale e della tecnologia nelle scuole.

Europei tra i più critici nei confronti del proprio sistema educativo

La terza edizione dell’Ipsos Education Monitor esplora le percezioni delle persone in 30 Paesi riguardo al proprio sistema educativo, alle sfide che affrontano scuole e giovani, e al ruolo della tecnologia nell’istruzione. Quanto al sistema educativo, dai risultati emerge che gli europei sono tra i più critici nei confronti dei propri sistemi educativi.

La maggioranza dei cittadini in Ungheria (59%), Francia (55%) e Romania (54%) giudica negativamente il proprio sistema scolastico. Ma opinioni critiche emergono anche in Germania, Spagna, Italia e Belgio.
Al contrario, l’Irlanda si distingue con il 71% di valutazioni positive, seguita dal Regno Unito (49%).

La salute mentale è considerata il principale problema dei più giovani 

Il 33% degli intervistati identifica la salute mentale come la sfida principale per i giovani, superando disuguaglianza (28%), bullismo (26%) e social media (25%).
Il 53% ritiene che la salute mentale dei giovani nel proprio Paese sia in condizioni critiche, con picchi in Cile (73%) e Francia (69%) in particolare.

Quanto alle materie scolastiche preferite emergono storia, matematica e scienze. Quando si tratta delle materie che le persone hanno più apprezzato durante gli anni scolastici, la storia si posiziona al primo posto, seguita da matematica e scienze. 

La matematica si rivela una materia divisiva

Pur essendo la seconda materia più amata, con il 30% che la indica come preferita, la matematica risulta anche prima nella classifica delle ‘meno preferite’, riportando alla mente brutti ricordi al 37% degli intervistati. A Singapore è addirittura sia la materia preferita che quella meno amata.

La divisione di genere nelle preferenze scolastiche emerge con maggiore forza tra le persone più anziane. Mentre tra i Baby Boomer persiste una netta distinzione tra le materie preferite dai ragazzi (scienze, matematica) e quelle preferite dalle ragazze (lingue, letteratura), tra le generazioni più giovani questo divario si riduce notevolmente, fino a diventare quasi inesistente per scienze e matematica.