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Economia

Economia italiana: aprile chiude con segnali positivi

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Economia italiana: aprile chiude con segnali positivi

Qualche spiraglio di ottimismo per quanto riguarda l’economia del nostro Paese. Ad aprile 2025, il fatturato dell’industria italiana ha registrato un aumento congiunturale dell’1,5% in valore e dell’1,6% in volume, secondo i dati diffusi dall’ISTAT. Anche il settore dei servizi mostra una crescita, seppur più contenuta, pari allo 0,5% in valore e allo 0,4% in volume.

È una conferma del trend moderatamente espansivo che caratterizza l’economia reale in questo secondo trimestre dell’anno.

Industria, i beni strumentali e di consumo fanno da traino

L’analisi per tipologia di beni rivela andamenti differenziati: i beni strumentali segnano l’incremento maggiore (+2,5%), seguiti dai beni di consumo (+1,6%) e dall’energia (+2,0%), mentre i beni intermedi crescono in modo più modesto (+0,5%). Si tratta di una ripresa che riflette una maggiore domanda interna e una certa tenuta sui mercati esteri.

Nel trimestre febbraio-aprile, la crescita industriale si attesta a +0,5% in valore e +0,2% in volume, rafforzando la percezione di un’economia che, pur tra incertezze, continua a muoversi in avanti.

Servizi: crescita più lenta, ma stabile

Anche nei servizi il trimestre mostra segni di vitalità, con un incremento dello 0,3% in valore, a fronte però di un leggero calo dello 0,2% in volume. Su base mensile, il commercio all’ingrosso cresce dello 0,4% in valore e dello 0,9% in volume.
Gli altri comparti dei servizi aumentano dello 0,7% in valore, ma restano quasi stabili in volume (+0,1%).

Tendenza annuale: le differenze fra comparti

Rispetto ad aprile 2024, il fatturato industriale corretto per gli effetti di calendario mostra una crescita dell’1,1% in valore e dello 0,3% in volume. Il mercato interno avanza dell’1,3%, con un identico aumento del volume. Più contenuta la crescita delle esportazioni (+0,4%).

Su base annua, i beni di consumo segnano il rialzo maggiore (+3,8%), seguiti dai beni strumentali (+3,2%). Si evidenzia invece una netta contrazione per il comparto energia (-13,4%) e una sostanziale stabilità per i beni intermedi.

I settori più dinamici nei servizi

Nel confronto tendenziale, i servizi crescono del 2,1% in valore e dello 0,3% in volume. Il commercio all’ingrosso mostra un buon andamento, mentre nei servizi professionali, nella logistica e nel turismo emergono segnali di dinamismo, in particolare nei trasporti e nelle agenzie di viaggio.

Economia

Imprese femminili: l’empowerment economico contrasta la violenza di genere

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Imprese femminili: l’empowerment economico contrasta la violenza di genere

“Ogni donna che riesce a creare e far prosperare la propria impresa diventa più libera, più autonoma e meno vulnerabile a ricatti o violenze di natura economica”. È quanto dichiara  Tiziana Pompei, vice segretario generale di Unioncamere all’Audizione presso la Commissione bicamerale d’inchiesta sul femminicidio e sul contrasto alla violenza di genere.
Pertanto, accompagnare le donne nel percorso imprenditoriale significa non solo favorire lo sviluppo economico inclusivo, ma anche dotarle di strumenti di autodeterminazione.

“Investire sulle donne che fanno impresa costituisce a tutti gli effetti una strategia di prevenzione della violenza di genere – aggiunge Pompei -: promuovere l’empowerment economico femminile equivale a rimuovere alcuni dei presupposti che alimentano le disparità e possono sfociare in abusi”.

Le imprese rose in Italia sono oltre il 22%

Secondo un’indagine condotta da Unioncamere, e presentata nel corso dell’Audizione bicamerale, le imprese a conduzione femminile in Italia sono il 22,2% del totale, oltre 1 milione e 300mila (+0,4% vs  2014). In tre casi su quattro operano nel terziario, sono mediamente più piccole per dimensioni, più giovani, e sono diffuse soprattutto al Centro-Sud. 

Il 60,5% è costituito da ditte individuali, contro il 47,3% delle non femminili, e i tassi di sopravvivenza sono leggermente inferiori alla media.
A 5 anni dalla nascita ne rimane attivo il 72,3%, contro il 77,3% delle imprese maschili.
Ma nel lungo termine il divario si accentua. Oltre i 5 anni sopravvive il 67,5% delle aziende ‘rosa’, contro 73,1% di quelle a guida maschile.

Un ecosistema finanziario ancora poco diversificato

Poco più di un’impresa femminile su tre fa ricorso a finanziamenti bancari e 3 imprenditrici su 4 hanno avviato la propria attività utilizzando esclusivamente capitali personali e familiari.
Solo una su quattro ha fatto ricorso a un prestito bancario per l’avvio dell’impresa (26,9% vs 22,4% uomini), e l’utilizzo di strumenti finanziari alternativi o complementari al credito bancario appare limitato.

Meno dell’1% delle imprese in generale dichiara di essersi avvalsa di canali come investitori informali (business angels, venture capital) o piattaforme di microcredito e crowdfunding, segno di un ecosistema finanziario ancora poco diversificato per le piccole imprese. 
Questa situazione di basso indebitamento volontario indica che le imprenditrici tendono a mantenere un’elevata autonomia finanziaria, ma può rappresentare un freno alla crescita. 

Barriere agli incentivi: pratiche amministrative complesse e tempistiche lunghe

Oltre metà delle imprese (maschili e femminili) che hanno usufruito di incentivi segnalano difficoltà nella gestione delle relative procedure.
Le imprenditrici, in particolare, lamentano come principali barriere la complessità delle pratiche amministrative (circa 1 impresa su 3 fra quelle che hanno richiesto sostegni) e le tempistiche lunghe per ottenere materialmente le agevolazioni (più di un’impresa su 10). 

Oltre che sul fronte dello sviluppo paritario e sostenibile attraverso l’incremento della cultura d’impresa, Unioncamere è anche impegnata per la cultura della parità, in quanto soggetto attuatore del progetto finanziato dal PNRR sulla Certificazione della parità di genere nelle imprese.

Varie

Crimini “tradizionali” in calo, frodi digitali in aumento: il nuovo volto dei reati in Italia

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Crimini “tradizionali” in calo, frodi digitali in aumento: il nuovo volto dei reati in Italia

Meno furti e aggressioni, più frodi on line. Negli ultimi anni, anche la criminalità ha cambiato faccia. Nel panorama della sicurezza pubblica italiana, infatti, si osserva una sorta di rivoluzione: i reati tradizionali come furti, scippi e rapine sono in netta diminuzione, mentre crescono quelli legati al mondo digitale.

A dirlo è l’ultima indagine Istat condotta tra novembre 2022 e luglio 2023, che offre una panoramica aggiornata sul rapporto tra cittadini e criminalità, evidenziando i cambiamenti nelle modalità con cui i reati vengono commessi e vissuti.

Sempre meno furti e rapine 

La prima evidenza emersa, ed è una buona notizia, riguarda la forte contrazione dei reati più comuni che colpiscono direttamente le persone e le loro proprietà. Rispetto alla precedente indagine Istat del 2015-2016, il numero di famiglie vittime di furti in abitazione è sceso dall’1,8% allo 0,6%, segnando una diminuzione di quasi due terzi. Anche i furti di veicoli hanno registrato una riduzione importante: si passa da 1,5 furti ogni 100 famiglie proprietarie di auto o camion a 0,7.

I borseggi, tra i reati predatori più diffusi in ambito urbano, passano dall’1,6% all’1% della popolazione. Le rapine calano ulteriormente, dallo 0,5% allo 0,2%. Stabile, invece, la percentuale di persone vittime di scippo, ferma allo 0,7%. Anche i furti di oggetti personali passano dall’1,5% all’1%.

Calano anche le aggressioni: più denunce, ma meno episodi

Un altro dato positivo riguarda le aggressioni e le minacce: solo l’1,3% della popolazione ha dichiarato di essere stato vittima di un reato che mettesse a rischio la propria incolumità fisica (lo 0,9% ha subito aggressioni, lo 0,4% minacce).

In crescita, invece, il numero di denunce per aggressioni, passate dal 19,9% al 40,6%: un dato che potrebbe riflettere una maggiore fiducia nelle forze dell’ordine o una più alta consapevolezza dei propri diritti.

L’altra faccia del crimine: la cybercriminalità

In un contesto di crescente digitalizzazione, aumentano le truffe e i raggiri online, in particolare quelli legati agli strumenti bancari. Oltre 1,7 milioni di persone hanno subito truffe su internet. In termini percentuali, il 3,3% degli utenti online ha subito una frode telematica, rispetto al 2,7% del 2015-2016.

Particolarmente allarmante è l’aumento del 74% delle truffe bancarie online: sottrazioni indebite di denaro dai conti correnti, phishing mirati e clonazioni digitali di carte. In particolare, la clonazione delle carte di credito coinvolge l’1,1% degli utenti, in lieve calo rispetto all’1,3% di sette anni prima, ma le frodi con accesso ai conti online sono in forte aumento.

Come vengono scoperte le frodi bancarie

Quasi la metà delle vittime (44,7%) si accorge della truffa tramite l’estratto conto, mentre il 23,3% viene avvisato direttamente dalla banca. Nel 20,8% dei casi la carta è stata bloccata preventivamente.

La crescita degli utenti dei servizi di home banking (+25%) contribuisce a spiegare l’espansione di questi reati.

Rischio più alto in città e per chi usa i mezzi pubblici

Nonostante il calo generale, i reati sono ancora più frequenti nei centri urbani e metropolitani. Nei grandi comuni, il tasso di vittimizzazione per reati predatori è del 5,3% contro una media nazionale del 2,3%. Per le rapine, il rischio triplica.

Chi utilizza i mezzi pubblici con regolarità è più esposto a borseggi e scippi: tra gli utenti quotidiani dei trasporti pubblici, il 2,8% è stato vittima di borseggio, contro lo 0,5% di chi non li usa mai. Il calo generale dell’uso dei mezzi, legato probabilmente agli effetti post-pandemia, potrebbe avere influito anche sulla riduzione di questo tipo di reati.

I giovani più esposti ad aggressioni e minacce

I dati Istat mostrano che il rischio di subire aggressioni o minacce è più elevato tra i giovani, in particolare quelli fino a 34 anni (1,7%). Gli uomini sono più frequentemente vittime di aggressioni (2,1%), mentre le minacce colpiscono soprattutto le giovani donne (0,7% contro lo 0,4% del totale femminile).

Nel 21,8% dei casi le minacce sono legate a problemi psichici, dipendenze o condizioni alterate dell’offensore; nel 21,7% dei casi emergono motivi sentimentali o sessuali; nel 20,7% si tratta di dinamiche di umiliazione o intimidazione.

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Comunicazioni elettroniche: nuove misure contro lo spoofing 

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Comunicazioni elettroniche: nuove misure contro lo spoofing 

Il nuovo Regolamento adottato dall’Agcom rafforza la trasparenza delle condizioni dell’offerta dei servizi di comunicazione elettronica e contrasta la pratica dello spoofing, ovvero l’illegittima modifica del numero telefonico del chiamante (CLI – Calling Line Identity).

Le nuove disposizioni prevedono infatti misure tecniche volte a ostacolare il fenomeno del telemarketing e teleselling aggressivo e illegale che utilizza un numero telefonico inesistente e non registrato per impedirne l’identificazione. Inoltre, contrastano le frodi perpetrate utilizzando un numero telefonico modificato in modo da ‘presentarsi’ come un soggetto pubblico (ad esempio, le Forze dell’ordine) o privato (una banca).

Blocco delle false chiamate dall’estero

È previsto anche il blocco delle chiamate provenienti dall’estero verso l’Italia, che espongano un identificativo del chiamante corrispondente a un numero italiano in modo illegittimo.

La delibera prevede pertanto, in capo agli operatori nazionali che ricevono chiamate consegnate da operatori esteri, l’obbligo di bloccare e non terminare in Italia le chiamate con numero fisso italiano e quelle con numero mobile italiano, a meno che l’utente non sia effettivamente in roaming all’estero.
L’operatività delle misure sarà realizzata in due passaggi: dopo tre mesi la pubblicazione del provvedimento verrà attuato il blocco delle chiamate dall’estero con numero chiamante italiano di rete fissa, e dopo sei mesi il blocco delle chiamate con numero chiamante italiano di rete mobile.

Più trasparenza per le offerte 5G

Il Regolamento introduce anche un sistema di classificazione per le offerte di servizi di comunicazione mobile su tecnologia 5G. In dettaglio, conferma gli obblighi di trasparenza delle condizioni economiche di offerta esistenti, definendo tuttavia in modo più puntuale l’elenco delle informazioni che i fornitori di servizi di telefonia e accesso a internet sono tenuti a pubblicare.

Tale aggiornamento mira a rafforzare i diritti degli utenti attraverso una maggiore chiarezza, completezza e confrontabilità delle offerte disponibili sul mercato. 

Un avviso sul consumo di dati

Ulteriori novità riguardano le comunicazioni relative al consumo dei dati: è stato integrato l’obbligo informativo al raggiungimento dell’80% del plafond di Giga previsto dall’offerta, con l’introduzione di un riferimento esplicito al blocco automatico del traffico dati al superamento del 100%.

L’utente dovrà dunque esprimere un consenso attivo per riattivare la navigazione, a tutela del controllo dei costi e dell’esperienza d’uso. 
Viene introdotto un obbligo di preavviso di un mese agli utenti finali in caso di cessazione di servizi da parte di un fornitore, comunicato in modo appropriato e includendo informazioni sulla possibilità di passare per tempo a un altro operatore.

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Avere vent’anni nell’era digitale: comunicazione responsabile, giovani e fiducia

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Avere vent’anni nell’era digitale: comunicazione responsabile, giovani e fiducia

Per costruire un dialogo fondato su verità, inclusione e responsabilità con le nuove generazioni è necessario ascoltarle davvero, abbandonando stereotipi e semplificazioni. 
Nell’ambito del seminario ‘Avere vent’anni. Comunicazione responsabile e nuove generazioni. Tra parole e algoritmi: comunicare con etica nell’era digitale’, organizzato da FERPI – e FERPI Emilia-Romagna, Vilma Scarpino, ceo di BVA Doxa, ha presentato una ricerca sulle generazioni più giovani.

Un’occasione riflettere sul ruolo della comunicazione responsabile nell’ecosistema contemporaneo, e sul rapporto, tutt’altro che scontato, tra le nuove generazioni e i messaggi che le attraversano.
La ricerca restituisce una fotografia dettagliata delle opinioni, dei comportamenti e delle aspettative della Gen Z su temi chiave come sostenibilità, Intelligenza artificiale e fiducia nella comunicazione.

Sostenibilità e impegno delle Istituzioni

Dalla ricerca emerge una generazione consapevole, attiva e informata. Il 95% dei 14-17enni e il 92% dei 18-34enni ha sentito parlare di ESG (Environmental, Social, Governance), e l’80% considera la sostenibilità una necessità concreta. Tuttavia, i giovani non si accontentano più di dichiarazioni generiche, vogliono coerenza, concretezza, e sono disposti a premiare, anche economicamente, le aziende che dimostrano impegno reale e misurabile.

La sostenibilità è vista non più come un ‘nice to have’, ma come un imperativo  per le aziende, per le Istituzioni e per i cittadini. In particolare, i giovani manifestano attese per un impegno in prima linea da parte delle Istituzioni.
I giovani chiedono trasparenza nella comunicazione e coerenza tra promesse e fatti.

La relazione ambivalente con la tecnologia

Per i ventenni di oggi la relazione con la tecnologia è ambivalente: il 66% riconosce i benefici dell’Intelligenza artificiale in termini di efficienza, ma il 72% teme che possa superare e sostituire ‘l’umano’.
Manipolazione delle informazioni, perdita di autenticità e disinformazione sono le principali paure segnalate dai Gen Z.

Nonostante una maggiore adozione del mezzo, resiste infatti una diffusa inquietudine verso l’AI, che tocca temi profondi, come la perdita di controllo, le minacce alla privacy, e la manipolazione delle informazioni. È quindi fondamentale sviluppare una cultura critica e consapevole dell’AI, specialmente tra i più giovani.

Social media e finanza

I social media (68%) restano il canale informativo privilegiato tra i giovani, confermandosi come il più adatto per comunicare, ma anche eventi e convegni possono giocare un ruolo importante nel coinvolgere il target. Gi eventi dal vivo (33%) si collocano infatti al secondo posto tra i canali utilizzati per informarsi, mentre calano televisione, radio e stampa.

A sorprendere è anche l’approccio finanziario dei giovanissimi. Il 76% dei 14-17enni conosce almeno uno strumento di risparmio, e oltre la metà sarebbe disposta a usarlo per investire in modo responsabile.
Per comunicare efficacemente con questa generazione, e costruire relazioni significative, è quindi essenziale adottare un approccio comunicativo, che combini valori condivisi, innovazione tecnologica e autenticità.

Varie

Cosa vuol dire essere uomo nel 2025? Maschi più fragili e spaesati

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Cosa vuol dire essere uomo nel 2025? Maschi più fragili e spaesati

È quanto rivela la ricerca di Eurispes sugli uomini italiani, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Filocolo: se da un lato rimane forte l’influenza dei canoni tradizionali, con l’ideale estetico maschile legato alla prestanza del ‘fisico’, le pressioni sociali legate al successo, alla performance e ai ruoli di genere, dall’altro si percepisce una crescente attenzione verso la sfera emotiva e il benessere psicologico.

Questa ‘tensione’ è presente un po’ in ogni ambito. Gli uomini sembrano oscillare tra il desiderio di rispettare le aspettative sociali e l’esigenza di esplorare modelli più flessibili.
Insomma, quella che emerge è una maschilità in difficoltà, in bilico tra il desiderio di mantenere alcuni tratti della tradizione e la necessità di adattarsi a nuove sensibilità sociali. 

Messi in secondo piano dalle donne

Un dato interessante è la sensazione diffusa di essere ‘messi in secondo piano’ rispetto alle istanze femminili.
Questo, se non tenuto in considerazione, potrà generare atteggiamenti difensivi e conflitto invece di contribuire a un dialogo costruttivo sulle sfide legate ai ruoli di genere.

La ricerca, in definitiva, suggerisce che la maschilità non è un monolite e risulta necessario un discorso più inclusivo, in cui gli uomini abbiano la possibilità di esprimere paure e aspirazioni senza incorrere in giudizi basati su archetipi rigidi. L’aspetto più promettente è proprio l’emergere di un bisogno di confronto. La percezione di un disagio, di origine emotiva o rispetto all’aspetto fisico, potrebbe spingere verso un ripensamento delle norme sociali e una maggiore apertura al cambiamento.

Prestanza e identità sessuale

Poco meno di tre uomini su dieci (28,2%) ha un rapporto negativo con il proprio corpo. Curare il proprio aspetto esteriore riveste importanza per due terzi degli uomini italiani (66,5%), e la maggioranza ritiene che avere un fisico avvenente e prestante sia un fattore importante per attrarre un/una partner (67,3%). 
Il 15,3% degli uomini ammette di essersi sottoposto alla chirurgia estetica: il 10,6% una volta, il 3,7% due volte, l’1% tre volte o più. 

L’86,3%, poi, afferma di sentirsi sicuro della propria identità sessuale (tra questi, il 54,1% lo è molto), mentre il 13,6% dichiara di non sentirsi sicuro.
Nel corso dell’ultimo anno a più della metà degli uomini intervistati (52,3%) è capitato di ricevere commenti negativi sul proprio aspetto esteriore (al 47,7% mai). E il 56,3% ha ricevuto anche incoraggiamenti a prendersi maggior cura del suo aspetto esteriore.

Famiglia di origine e competizione

Alla maggioranza degli uomini (61,2%) capita di sentirsi in competizione con i coetanei maschi sul piano del successo personale. Al 56,9% capita invece di sentirsi dire di comportarsi da ‘vero uomo’ davanti a situazioni difficili o emotivamente coinvolgenti.

Gli insegnamenti e gli esempi ricevuti dagli uomini della famiglia di origine sembrano giocare un ruolo preponderante nell’influenzare la formazione dell’identità maschile (64,4%). E l’aspetto esteriore viene ancora percepito come un fattore rilevante per il successo nella vita sentimentale (60,4%). 

Economia

L’Italia accelera sull’infrastruttura digitale: Data Center al centro dello sviluppo 

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L’Italia accelera sull’infrastruttura digitale: Data Center al centro dello sviluppo 

L’evoluzione tecnologica globale sta alimentando una domanda sempre maggiore di capacità di calcolo e archiviazione dati. Entro il 2028, il volume mondiale di dati dovrebbe superare i 394 zettabyte, quasi triplicando rispetto ai livelli attuali. I Data Center diventano così infrastrutture strategiche, soprattutto in un contesto dove l’intelligenza artificiale e le reti ad alte prestazioni richiedono risorse sempre più sofisticate.

A dominare il mercato sono gli Stati Uniti, seguiti dall’Unione Europea. L’Italia si distingue come quinto Paese europeo per numero di Data Center e si colloca al dodicesimo posto a livello globale, con una quota del 7,6% del panorama europeo.

Perché l’Italia è un polo attrattivo 

Il nostro Paese sta diventando una destinazione interessante per nuovi investimenti nel settore. Le aree già infrastrutturate, i tempi di connessione tra i più rapidi d’Europa e un mix energetico flessibile, che va dalle rinnovabili al biometano, rappresentano punti di forza competitivi.

Secondo l’analisi condotta da TEHA Group all’interno della community “Data Center Italia”, l’ecosistema italiano potrebbe generare fino a 23 miliardi di euro di investimenti entro il 2030, trainando anche la crescita occupazionale.

I nodi da sciogliere: burocrazia, competenze e distribuzione energetica

Anche se il potenziale è alto, servono interventi mirati per superare alcuni ostacoli. Tra le maggiori criticità, spicca la carenza di figure professionali qualificate in ambito STEM, la complessità dei permessi autorizzativi e, soprattutto, la disomogeneità nella rete di distribuzione energetica.

Ancora, c’è il nodo energia: anche se la produzione da fonti rinnovabili è in espansione, la capacità della rete di supportare l’incremento di consumo dei Data Center – stimato in 6 TWh tra 2020 e 2028 – è ancora inadeguata.

La proposta: un hub digitale a zero emissioni

Per colmare questo gap, TEHA propone un Digital Energy Hub a zero emissioni, che combini pianificazione territoriale, IT e infrastrutture energetiche.

L’integrazione di risorse come idrogeno verde, biometano e cattura della CO₂ potrà garantire approvvigionamenti sostenibili e ridurre la pressione sulle reti tradizionali.

Il dibattito al Technology Forum 2025

Questi temi saranno al centro del Technology Forum 2025, l’appuntamento annuale dell’Innotech Community di TEHA Group, in programma l’8 e 9 maggio a Stresa.
Un’occasione per discutere del ruolo cruciale dei Data Center nel futuro digitale d’Europa, tra intelligenza artificiale, sostenibilità e nuove frontiere tecnologiche.

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Nel 2024 aumentano gli attacchi informatici, furto di dati sul dark web +15% 

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Nel 2024 aumentano gli attacchi informatici, furto di dati sul dark web +15% 

È quanto rileva l’Osservatorio Cyber di CRIF: nel 2024 le minacce informatiche hanno registrato un preoccupante incremento, con il 15,4% di segnalazioni relative all’esposizione di dati sul dark web in più rispetto all’anno precedente, per un totale di oltre 2.080.000 alert.
Per quanto riguarda il web pubblico, il numero di segnalazioni relative all’esposizione di dati si è attestato a 59.000, in calo del -27% rispetto al 2023.

L’Italia si conferma particolarmente esposta alle minacce informatiche, classificandosi al quinto posto a livello globale per indirizzi e-mail compromessi sul dark web.
Inoltre, il nostro Paese occupa il 18° posto al mondo per dati di carte di credito esposti, e il 12° nell’Unione Europea per il rilevamento di numeri telefonici.

Smishing, phishing, deepfake le tecniche più diffuse

Tra le tecniche più diffuse emergono smishing, phishing e deepfake. Anche la diffusione di strumenti come gli stealers-as-a-service rappresenta una minaccia significativa, grazie alla quantità di dati sensibili e contestuali che questi malware riescono a raccogliere.

Quanto alle tipologie di dati più diffuse e vulnerabili sul dark web, si tratta di e-mail, password, nomi utente, numeri di telefono, nomi e cognomi. Si trovano frequentemente anche dati relativi a indirizzi di residenza, carte di credito, documenti d’identità e codici identificativi personali.
La combinazione di dati più comune è quella di e-mail e password, presente nell’89,6% dei casi, spesso accompagnata dalla username nell’87,5% delle situazioni. La combinazione di username e password, principalmente legata ad account aziendali, evidenzia possibili vulnerabilità per le imprese.

Il furto di account continua a essere una priorità per gli hacker

Le username trovate sul dark web, escludendo i servizi di posta elettronica, sono maggiormente associate a servizi di VPN (34,3%), seguiti dagli account relativi ai social network (23,9%) e siti Internet (10,0%).

Al quarto e quinto posto, il furto di account legati a siti di e-commerce (7,7%) e a enti pubblici o istituzioni (6,9%), mentre i servizi finanziari, come le piattaforme di pagamento, scendono al settimo posto (4,3%).
Le credenziali rubate vengono sfruttate per una grande varietà di fini: accesso abusivo agli account delle vittime, utilizzo illecito di servizi, invio di richieste di denaro o link di phishing, diffusione di malware o ransomware per estorcere denaro o sottrarre informazioni personali.

Sul web pubblico tra i dati rilevanti “vince” il CF

Nel 2024 le attività degli hacker hanno continuato a rappresentare una minaccia significativa, con un aumento del 13,5% nel numero di consumatori allertati per dati rilevati sul dark web.
Complessivamente, il 48,4% degli utenti italiani ha ricevuto almeno un alert, di cui l’88% riferito a dati individuati sul dark web, mentre il 12% legato a dati rilevati sul web pubblico.

Per quanto riguarda i dati più frequentemente rilevati sull’open web, ovvero accessibili pubblicamente, il 2024 vede al primo posto il codice fiscale (54,6%), seguito dall’e-mail (34,6%) e, con minore frequenza, numero di telefono (7,2%), username (2,3%) e indirizzo (1,3%).

Economia

Piccole, giovani, del Sud: l’identikit delle imprese femminili nel 2024

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Piccole, giovani, del Sud: l’identikit delle imprese femminili nel 2024

Alla fine del 2024 le imprese italiane a guida femminile sono 1 milione e 307mila, il 22,2% del totale. Dopo il picco toccato nel 2021, quando le imprese “rosa” avevano superato 1 milione e 342mila unità, hanno conosciuto una lenta diminuzione, analoga ma meno insistita rispetto alle aziende non femminili.
Rispetto al 2014, le realtà guidate da donne hanno comunque segnato una crescita dello 0,4%, a fronte di una diminuzione delle attività non femminili del -3,6%. 

Sono alcuni dati emersi durante l’evento digital organizzato da Unioncamere e Sole 24 Ore dedicato alle imprese femminili in Italia.
Nonostante siano più piccole, più giovani, più straniere, più dislocate nel Mezzogiorno, e sopravvivano un po’ meno delle altre, si stanno strutturando, puntando sui settori a maggior contenuto di conoscenza, e in molte provano a fare il salto alla ‘taglia’ superiore.

Per il 96,2% microimprese, ma SPA +45% in 10 anni

In quasi tre casi su quattro, le attività guidate da donne operano nel settore dei servizi (72,6% contro 60,1%), sono più piccole di dimensione (microimprese femminili 96,2% del totale contro 94% aziende non femminili), e registrano una maggior concentrazione di ditte individuali (60,5% contro 47,3%).

Le società di capitali condotte da donne sono però aumentate del +45% rispetto al 2014, arrivando a rappresentare lo scorso anno più di un quarto di tutte le imprese femminili.
Le attività guidate da donne presentano una minor presenza di imprese artigiane (16,7% contro 22,6%), ma una maggiore incidenza nelle realtà under35 (10,3% contro 7,7%) e guidate da straniere (12,6% contro 11%).

La spinta delle attività di management e marketing

Solo in un settore le imprese femminili sopravanzano quelle maschili: le ‘altre attività’ dei servizi, dove le donne d’impresa incidono per il 60% sul totale.
In altri ambiti, comunque, queste imprese ‘pesano’ molto. Nel tessile, abbigliamento e calzature sono il 37,7%, nella Sanità e assistenza sociale il 36,6%, nell’Istruzione il 31,1%, in Alloggio, ristorazione e servizi turistici, il 29,7%.

In 10 anni aumentano poi in maniera consistente le imprese rosa giovanili a maggior contenuto di conoscenza, come le attività professionali, scientifiche e tecniche (+41,3%), grazie alla spinta delle attività di management e marketing. 

Meno longeve di quelle maschili

L’apporto delle donne d’impresa è determinante in alcune regioni, soprattutto del Sud. Sono il 27,2% delle imprese molisane, il 26,5% lucane, il 25,3% abruzzesi, il 24,7% umbre e il 24,2% siciliane.
Benevento, Avellino, Chieti, Frosinone e Viterbo le province in cui l’incidenza delle imprese femminili è maggiore (tra 29,6% e 27,5%). 

Le imprese femminili hanno però un tasso di sopravvivenza più basso.
A 5 anni dalla fondazione, ne resta in vita il 72,3% (77,3% non femminili), e superato il quinquennio, il differenziale si allarga ulteriormente, con il 67,5% delle attività guidate da donne ancora sul mercato, contro il 73,1% di quelle a guida maschile.

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Metà dei dipendenti non sa riconoscere un’email di phishing: quali rischi per le PMI?

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Metà dei dipendenti non sa riconoscere un’email di phishing: quali rischi per le PMI?

La cybersecurity è un tema altamente delicato per le piccole e medie imprese italiane, che ogni giorno devono affrontare nuove minacce digitali. Nonostante l’83% delle aziende riconosca l’importanza della sicurezza informatica, molte realtà non sono ancora preparate ad affrontare i pericoli del cyberspazio.

A questo proposito, l’ultimo Osservatorio ASUS Business rivela dato allarmante: il 50% dei dipendenti non è in grado di identificare un’email di phishing, rendendo le aziende vulnerabili agli attacchi.

Attacchi sempre più frequenti

Negli ultimi tre anni, quasi una PMI su due ha subito almeno un attacco informatico, mentre il 20% ha dovuto fronteggiare più di un perciò di questo tipo. Le minacce principali includono attacchi hacker, interruzioni dei sistemi aziendali e guasti interni, oltre al furto di dispositivi aziendali che possono compromettere dati sensibili.

Il caso CrowdStrike ha dimostrato come un singolo evento possa paralizzare milioni di aziende, evidenziando la necessità di adottare misure di protezione efficaci per garantire la continuità operativa.

L’errore umano, il punto debole della sicurezza

Uno degli aspetti più critici della cybersecurity riguarda il ruolo dei dipendenti nella protezione aziendale. Il 68% delle PMI colpite da attacchi ha registrato un impatto diretto sulla produttività, con un calo significativo delle attività nel 53% dei casi. Il 15% delle imprese ha visto i propri dipendenti contribuire involontariamente al problema, a causa di errori nell’uso degli strumenti informatici e della scarsa attenzione alle truffe digitali.

Nonostante questi rischi, solo il 35% delle aziende ha investito in formazione specifica, lasciando il personale impreparato di fronte alle minacce più comuni. L’adozione di sistemi di autenticazione a più fattori, uno dei metodi più efficaci per prevenire accessi non autorizzati, è ancora limitata al 38% delle PMI.

Smart working e nuovi rischi

L’incremento del lavoro da remoto ha ampliato le vulnerabilità informatiche. Il 62% delle PMI ha registrato un aumento dei tentativi di attacco dall’introduzione dello smart working, ma meno della metà ha adottato adeguate soluzioni di protezione.

L’uso di reti Wi-Fi domestiche non protette, la mancanza di VPN e l’accesso ai dati aziendali da dispositivi personali rappresentano alcune delle principali criticità. Massimo Merici, System Business Group Director di ASUS Italia, sottolinea l’importanza di investire in strumenti avanzati per garantire la sicurezza delle imprese, come sistemi di protezione del BIOS, autenticazione biometrica e soluzioni di crittografia avanzata.

Servono formazione e strumenti di protezione  

Per affrontare le sfide della digitalizzazione, le PMI italiane devono adottare strategie più efficaci e investire in tecnologie di sicurezza avanzate. L’Osservatorio ASUS Business 2025 evidenzia la necessità di un maggiore impegno nella formazione dei dipendenti e nell’adozione di strumenti di protezione innovativi. Il nuovo ExpertBook P5, con BIOS di ultima generazione, autenticazione biometrica e crittografia avanzata, rappresenta un esempio di come la tecnologia possa contribuire a rafforzare la sicurezza aziendale.

In un mondo sempre più connesso, proteggere i dati e le infrastrutture digitali non è più un’opzione, ma una necessità imprescindibile.